La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

Mandiamo gli scrittori a combattere

Antonio Scurati ha finalmente mosso il pantano della riflessione intellettuale sui grandi fatti della storia che ci circonda. L’autore scrive, come credo sappiamo ormai tutti, su Repubblica: «per fare la guerra, anche soltanto una guerra difensiva, c’è bisogno di armi adeguate ma resta, ostinato, intrattabile, terribile, anche il bisogno di giovani uomini (e di donne, se volete) capaci, pronti e disposti ad usarle. Vale a dire di uomini risoluti a uccidere e a morire

E io sono contenta. Sono contenta della sua posizione. Erano anni che attendevo il grande momento. Perché se noi giovani debosciati, effeminati, pigri, assediati da false depressioni, non siamo capaci di riscoprire lo splendore della gloria e l’ebrezza del sangue, sono sicura che gli scrittori sapranno sostituirci nel migliore dei mondi.

Prendiamoli, questi paladini del ragionamento sul Male del mondo, sulla Storia, sulla Violenza e armiamoli di tutto punto. Ci costerà poco. Hanno già lo scudo della saggezza, l’elmo della bibliografia, la lancia della preveggenza. Loro sapevano, loro hanno sempre saputo. Sanno vedere più in là dei nostri nasi. Ci è piaciuto abbastanza definirli «fini pensatori», pieni di «rabbia», eleganti «opinionisti del nuovo millennio»: direi che possono prendersi la loro parte di trionfo.

Tanto hanno già ucciso. E ne abbiamo parlato. Questi scrittori, tagliando fuori dalle loro opere gli uomini e le donne comuni, e opponendosi a tutti i costi al pubblico, alla comunicazione con il pubblico, non avrebbero problemi a radere al suolo una città. Sempre la potenza del loro terzo occhio sia abbastanza. E ne dubito.

Hanno riempito i loro libri di grandi re, grandi uomini, grandi eventi, grandi nomi – forse per compensare la piccolezza di altro; e adesso hanno finalmente l’occasione di diventare grandi anche loro: è lì, si arruolassero, andassero con i loro taccuini a redigere il migliore affresco dei nostri tempi.

A furia di ragionare sul passato, di invischiare la loro immaginazione con i dati, con la matematica degli elenchi di guerra, con la purezza della realtà, questi autori sono cascati nello stesso tranello che volevano evitare: non riescono più a distinguere la realtà dalla finzione. Perché questa sete di gloria, fame d’onore esiste solo nella loro mente, o al massimo nella polvere dei libri che si ostinano a consultare, senza guardar fuori dalla finestra.

Siamo onesti: ma che ne sappiamo noi della sofferenza della gente comune? Che ne sappiamo noi della paura? Mi dispiace, ma queste sottigliezze non si possono imparare da una ricerca in biblioteca, e parlarne con lucidità vuol dire sfinirle, distruggere ancora la voce degli ultimi. Farne avventura, farne narrazione. Io non ho mai scritto di troppa realtà, non ne sarei neppure in grado. Ma almeno non ho sedotto cadaveri con un mucchio di eleganti elucubrazioni, sperimentali biografie o versi di poesia.

È curioso perché autori come Scurati soffrono di una sorta di fantasia infantile, che li porta a giocare a fare la guerra solo che, invece di spade di gomma, brandiscono Wagner e il peggior Thomas Mann, con un tocco di dannunzianesimo, che non manca mai nelle loro terrazze, nelle loro stanzette piene di mensole.

E ne ho conosciuti abbastanza di autori di questo tipo per vivere con quella che io chiamo angoscia da telegiornale. A ogni mossa di politica, a ogni massacro o evento improvviso, subito mi viene la nausea e penso: «ecco, adesso esprimeranno il loro parere non richiesto e ne faranno una poesia»; ed è necessario che del presente si parli, ma senza la presunzione di conoscerlo a fondo. Capacità che, a quanto pare, hanno in pochi, e solo gli scrittori maschi nel senso fine del termine – quelli che hanno studiato, attenzione, non che sono andati realmente in missione al fronte.

Ma io voglio ringraziare ancora una volta Scurati per aver chiamato all’azione i suoi uomini, i suoi maschi o fasci scrittori, che si sono divertiti abbastanza a recitare la parte dei nazisti russi nei loro salotti, giusto per il piacere di sconvolgere, di ghignare da bastian contrari e fare gli alternativi a quarantanni.

È la loro occasione. Andassero. Nuovi romantici, che del Romanticismo hanno accettato solo quello che volevano loro, cultori del corpo, della forza: corressero con una mitragliatrice ad affermare la loro virilità. Ho la sensazione che non durerebbero neppure un secondo, e la cosa, sinceramente, non mi dispiace.

Sono però felice che, alla fine del giorno, come sempre, le loro vecchie parole vengano assorbite solo dai vecchi che gli somigliano. E non intendo anziani nel senso anagrafico, ma di cuore.

Sì, ho scritto cuore.

Che cosa banale.

Esiste ancora, però. E resisterà fino alla fine.

– Silvia Tortiglione


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Una replica a “Mandiamo gli scrittori a combattere”

  1. Avatar Ipnocrazia, A.I. e il piacere delle crisi isteriche – tuipack

    […] Continuo a incaponirmi nelle mie visioni romantiche. Potrei dire che l’A.I. non ci batterà mai nel campo del racconto, che non può creare e non ha la profondità necessaria per narrare la sofferenza e la debolezza. Ma ho conosciuto tantissimi, forse troppi scrittori umani che comunque non sapevano farlo e non volevano imparare. Ne abbiamo parlato spesso su Tuipack, e anche in risposta ad Antonio Scurati. […]

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