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Ipnocrazia, A.I. e il piacere delle crisi isteriche

Ipnocrazia

Sabina Minardi, caporedattrice de L’Espresso, scopre che “Ipnocrazia”, il famigerato libro di Jianwei Xun sul ruolo fondamentale delle storie nella storia, appartiene a un autore di fatto inesistente. L’articolo viene pubblicato e si scatena una prelibata crisi isterica che coinvolge per lo più autori e lettori.

Ora, chiariamo un paio di cose: in primo luogo, “Ipnocrazia” non è stato scritto interamente dall’A.I., ma l’A.I. ha contribuito alla sistemazione e alla revisione del volume e delle sue tragiche rivelazioni. Perché il saggio di Jianwei Xun tenta di spiegare una verità antica come il mondo. Non sono gli eserciti a determinare l’influenza di un paese conquistatore o di un tiranno. Sono le storie che lo circondano, storie che mai come in questo periodo rischiano di valicare il confine dell’iperuranio. Follie, bazzecole, minuscole distopie che hanno e avranno sempre più prove di realtà dalla loro parte.

Il che non è del tutto male. Ma io sono di parte. È il mondo migliore tra i peggiori che potessi sperare. Una buona storia ci ucciderà. E va bene. Non è questo però il punto interessante.

Ciò che mi ha particolarmente colpito è stata la reazione del pubblico alla scoperta di Sabina Minardi. Perché — come ovvio — la maggior parte della gente si è fermata ai titoli più eclatanti sulla faccenda e si è convinta che l’A.I. stesse facendo critica di se stessa o profetizzando l’apocalisse in uno schiocco di numeri. Ripetiamolo ancora una volta: l’intelligenza artificiale ha solo collaborato alla creazione del volume.

Sì, però questo non vuol dire che il suo ruolo sarà marginale nel mondo dell’editoria e della scrittura. Anzi, ormai bisogna farci i conti. Scriverà assai meglio della maggior parte degli autori — e scriverà anche in maniera statisticamente più vendibile. È progettata per questo. Per riuscire. Per vincere. Ne è la prova il lancio della nuova peculiarità di ChatGPT focalizzata sulla scrittura creativa.

La questione mi ha sempre interessato. Già ai tempi in cui gli unici a utilizzare la terminologia dell’intelligenza artificiale erano i gamers accaniti. Ne ho scritto nel mio romanzo. Una dozzina di anni fa, mentre andavo avanti e indietro con i peggiori beat nelle orecchie, mi domandavo come sarebbe stato un futuro che andasse oltre la rivoluzione robotica. E quello che mi è venuto fuori di mente, e che a quanto pare corrisponde alla realtà, è che più si avanti, più tutto si minimalizza, velocizza e paradossalmente si confonde. Gli apparecchi diventano più piccoli, le case più piccole, i consumi immediati, la noia immediata e la realtà si sciupa in una meravigliosa baraonda di nuove mitologie e nuove leggende, non tanto diverse dalle nostre passate letture agiografiche. Quando scrivevo la struttura di Hydrazoth avevo due certezze: un domani le paure saranno unicamente paure incorporee e l’unica cosa che non cambierà, che ci seguirà nella tomba, sarà la nostra vanità, una miniera d’oro per le grandi corporazioni tecnologiche.

E la prova, guarda un po’, soprattutto di quest’ultima presa di coscienza, è la reazione del pubblico all’incombere dell’AI nel mondo della scrittura. Perché passi lo Studio Ghibli, passino le locandine dei festival di letteratura fatte con A.I., passino anche la musica e i booktrailer, ma i libri, i libri non li devi toccare. Questi simulacri di saggezza, questa prova cartacea dei nostri sentimenti.

La verità è che noi scrittori siamo un errore di Darwin. Non c’è stata una volta, nella storia delle rivoluzioni produttive, in cui il mondo della letteratura si sia subito adattato al cambiamento. Arriva sempre per ultimo e per lamentarsi.

Anche io mi preoccupavo, mi dannavo pensando alla potenza dell’intelligenza artificiale. Mi dicevo: mi taglierà fuori, non servirò più a nulla, le mie parole non serviranno più a nulla. Poi è sopraggiunto all’improvviso un senso di pace, di liberazione, come davanti all’orlo della catastrofe. Sai che c’è, ho detto a me stessa, questa tensione epocale era ciò che mi serviva per parametrare meglio il mio carattere ansioso. Poiché è certo che romanzi, saggi e poesie scritte da A.I. andranno pian piano a ingolfare il mercato, posso anche non preoccuparmi più di niente. Dei contratti, degli agenti, delle recensioni comprate, della lunghezza delle mie opere, dello stile delle mie opere. Sono finalmente uno scrittore libero, poiché combatto una battaglia già persa. E non è affatto un brutto sentimento, ma una tensione gloriosa. È come se l’A.I. mi abbia staccato dalle urgenze dell’industria e mi abbia convinto che alla fine è meglio scrivere come si faceva da bambini.

Continuo a incaponirmi nelle mie visioni romantiche. Potrei dire che l’A.I. non ci batterà mai nel campo del racconto, che non può creare e non ha la profondità necessaria per narrare la sofferenza e la debolezza. Ma ho conosciuto tantissimi, forse troppi scrittori umani che comunque non sapevano farlo e non volevano imparare. Ne abbiamo parlato spesso su Tuipack, e anche in risposta ad Antonio Scurati.

E chissà perché ho sensazione che la crisi isterica degli autori più intellettuali porterà a una scissione ancora più profonda tra la presunta letteratura bassa e quella alta, altissima, che si arroccherà ancora di più nelle sue solitudini e nei suoi martiri. Invece di pensare una soluzione.

A me diverte farlo. Pensare la contromossa. Sono quasi sicura che la partita del racconto non si svolgerà più nelle librerie, che hanno già perso il loro ruolo e la loro splendida autorità. Credo che bisognerà ripensare non solo la narrazione, ma il supporto materiale che la sorregge. E mi sto convincendo che il futuro saranno i cosiddetti web novel, o comunque storie che siano fruibili subito, su tutti i nostri dispositivi (ci piaccia o no, Wattpad è stato rivoluzionario in questo, e infatti se ne è parlato pochissimo, se non per rompere le scatole alle ragazzine prepubescenti).

Magari si tornerà alla forma orale, che abbiamo già modo di assaporare con l’exploit degli audiolibri. O forse al contrario l’unica forma di resistenza possibile sarà tornare indietro, ma indietro per davvero. A intrattenere gli ubriachi nelle taverne e i politici a corte.

Un tempo avrei detto: «non mi avranno mai, io voglio sentire il profumo della carta!»; vero, verissimo. Ma voglio soprattutto che le mie storie vengano assorbite, non mi importa che si leggano sul gabinetto con il proprio telefono o che le si ascolti di sfuggita durante le pulizie di primavera.

Giusto due parole. Mi era venuta voglia. Se qualcuno ha un liuto in più, me lo dica che mi porto avanti nel lavoro. Al di là dei noiosissimi esami di filologia romanza che ho dato all’università, ho comunque più di cento ore su Skyrim.

Qualcosa avrò pur imparato all’Accademia dei Bardi.

– Silvia Tortiglione


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