Da un po’ di tempo a questa parte mi sono resa conto della necessità di testare la resistenza della teoria, di spingere le credenze diffuse della critica alla prova che più la spaventa: quella della realtà.
Ora, pare che da un po’ di tempo a questa parte stia prendendo piede una sorta di crociata mercenaria contro quelle che vengono definite le strutture portanti del romanzo. Pare ci sia una voglia irresistibile, a tratti languida, di convincere il pubblico che di personaggi e di finzioni non abbiamo più bisogno. Poche cose mi consolano come sapere che lì fuori ci sono intellettuali pronti a effettuare su di noi queste diagnosi di gusto senza chiedere la parcella.
Potrei dire che questo fabbisogno di non fiction sia postulato senza alcuna consapevolezza del mercato, dell’utile cattivissimo: i dati registrano il contrario. La fiction rimane il macro-insieme che domina, e allora lo diranno: ma quella non è letteratura, ci sono di mezzo le ragazzine, gli influencer, il boavarismo; e nel caso in cui queste opposizioni venissero demolite, tabelle alla mano, una risposta c’è sempre: sono giovani, cresceranno! E se non sono giovani, e si ostinano a preferire il falso al vero, eccolo il sintomo dell’ignoranza, la maledizione di un secolo sciatto ed effemminato, schiavo della virtualità, che non si rende conto di quello che realmente desidera.
Peccato che questi battaglioni intellettuali non perdano tempo a scendere le scale dell’immortalità. Dubito fortemente che chiunque condivida le loro posizioni si sia mai fermato a discutere con il pubblico, e intendo il pubblico vero e nuovo, quello della gente che non legge, o che forse avrà letto un libro in vita sua, lo stesso pubblico capace di commuoversi per uno schioppo d’immaginazione. Se avessero intavolato una conversazione da pari a pari con un ragazzino nella media, con lo sgherro meridionale, una conversazione, sia chiaro, che non abbia l’assetto dell’antropologia, forse si sarebbero resi conto che le espressioni a loro tanto odiose come «sembra vero», «mi immedesimo», «è un grande personaggio» ricorrono molto più spesso delle loro casistiche e delle loro analisi, della loro grande storia che, a furia di guardarla, io temo, non dia la possibilità di comprendere il piccolo tempo delle persone presenti. Questi guerrieri si sorprenderebbero ancora di più nello scoprire che i loro stessi libri vengono accantonati non perché manchino di eleganza marziale, ma perché «se non c’è una storia, a che serve?»
Ora io potrei affrontare la questione con diplomazia. Prendere un paio di dichiarazioni, tratte da alcune interviste che mi son capitate, e demolirle con la spada floscia dell’ingenuità. Ma non posso farci niente. A me la voglia di educare il pubblico mi è sempre parsa un feticcio, un godimento che si alimenta delle stesse strutture piramidali che finge di voler abbattere. Diciamo la verità, al mondo della letteratura piace da morire ergersi al di sopra della massa. E poiché ormai a leggere siamo buoni tutti, almeno in linea di massima, non resta che recidere l’ultimo legame con l’umanità.
Uccidi il personaggio.
Dunque, uccidi la persona.
Un tempo si parlava di catarsi e lo sappiamo tutti. Io guardo la persona finta e depuro il mio cuore dalle passioni esagerate, dal bene e dal male. Poi si è parlato di parte per il tutto: in un personaggio si ritrova il racconto di una nazione, di un malessere diffuso, di una paura. Successivamente, si è arrivati al simbolo, al gioco del dettaglio, alla prossemica che esprime grandi concetti, evangelici e abissali.
In molti, come Jean-Marie Schaeffer, nel suo splendido saggio “Pourquoi la fiction ? ”, hanno finalmente dato spirito scientifico alla nostra fame di finzioni e personaggi. Pare infatti che, nelle grotte della preistoria, così come nelle nostre camerette, la prima espressione della fantasia umana sia sempre stata la creazione di un essere simile, di un personaggio che possa sostituirsi a un vocabolario ancora troppo acerbo per spiegare e spiegarsi l’amore, il dolore, la risata.
Basterebbe seguire questa linea per comprendere che un personaggio è una necessità nostra, solo nostra (sarà un caso che alle intelligenze artificiali venga dato un nome proprio e ne si studi finemente il character design? Anche di questo parla il buon Jean Marie). Ecco perché i personaggi continuano a ricoprire, sempre secondo il pubblico, un ruolo di rilievo nella valutazione di un prodotto di intrattenimento. Si tratta di una necessità genetica, comprovata dalle religioni che abbiamo e che avremo. È nel sangue degli uomini, insieme alla fame e alla paura. Lo stesso livello, e forse l’unica risposta.
Oggi, davvero non ce ne è più bisogno?
Quando mi chiesero quale fosse l’obiettivo del mio romanzo, come se fosse necessario dargliene uno, io dissi: non lo so, non ci ho pensato. Solo in un secondo momento, mi è venuto da dire «mi piacerebbe che il lettore si sentisse meno solo»; lungi da me l’altruismo esagerato, ma questa risposta mi venne fuori con naturalezza, forse più per dare un senso al mio vizio di sapere cosa accade dietro le porte degli altri che non per amore del mondo. Non lo so, non amo pensare alle mie ragioni.
Credo però che una delle risposte possa essere questa. Abbiamo ancora bisogno di personaggi? Forse, perché un buon saggio ci illuminerà sulle screziature del dettato, ci darà anche una ragione sul sangue e la luna dei nostri antenati, ma alla fine della giornata, si rimane a letto con le proprie soddisfazioni e il proprio disgusto.
Si nasce soli, si muore soli. Sì, ma resta ancora la fantasia; e non intendo solo la capacità di creare nuovi mondi e nuove vite. Mi riferisco alla capacità di usare l’immaginazione per sentirsi compresi, per trovare una ragione al nostro vizio e ai nostri eccessi di bontà. Un personaggio ben scritto e ben inserito nel suo contesto può portare alla scoperta del sentimento, all’accettazione di sé, persino all’odio di sé: capirete bene che le possibilità sono infinite, e lo resteranno. Perché quando la conoscenza dei nostri intellettuali anti-personnage si esaurirà, quando troveranno il Grande Essere di lovecraftiana memoria, noi poveri fessi del romanzo di personaggi avremmo ancora da dire, e si spera continueremo a farlo per tutti, non solo per noi o per i pochi eletti che ci potranno capire.
Ma avevo iniziato questo pezzo parlando dello scontro tra teoria e realtà. Ebbene, voglio portare un esempio recentissimo.
È capitato che andassi a teatro, a vedere Sarabande di Ingmar Bergman, insieme a una persona che detesta il teatro contemporaneo e ha letto davvero poco in vita sua. Alla fine della performance, questa mia compagna mi ha guardato con grande soddisfazione, e ha affermato: «povera ragazza!»
Ora, stiamo parlando di Bergman, uno dei più sottili comunicatori del secolo passato. Sarabande non è uno spettacolo semplice, ma – e lascio di nuovo la parola alla mia vicina di posto: «quella poverina costretta a stare col padre, e il vecchio… quella pure mamma faceva così prima di morire.»
Si dia il caso che la mia accompagnatrice avesse da poco perso entrambi gli anziani genitori, e non è una persona avvezza a ragionare sul dolore, sul senso del dolore. Dopo lo spettacolo non ha mai parlato di sé. Ha parlato di loro. Di quelli che alcuni definiscono piccoli individui simulati. Ha parlato dei personaggi, e lo ha fatto come fossero fratelli, parenti. Anche semanticamente, non ha mai detto «quel personaggio», ma soltanto «lei», «lui», «loro»; e io per prima ne sono rimasta molto sorpresa. Questa persona non legge, non le importa, ma una storia la sa ascoltare, ha bisogno di ascoltarla. È come i più antichi della terra, quelli che scoprono come aderire a loro stessi attraverso finzioni lontanissime, ma plausibili.
La parola per amore della parola.
Va bene. E poi?
Chiamateli ancora individui simulati, noi li chiameremo amici e nemici, come fanno i bambini, e smetteremo di pensare. Forse arriveremo a scrivere un romanzo di fittizi messaggi vocali, forse ci arrangeremo a nascondere le nostre finzioni dietro l’inganno di un pettegolezzo.
Stories for stories’sake.
Alla fine, forse è davvero solo una questione di pubblico. Ma io non ho mai voluto scegliere, e non dovrebbe interessare.
– Silvia Tortiglione


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