Con regolarità, almeno una volta al mese, e di norma verso l’inizio di una stagione, sento il dovere di tornare al mio Kubrick. Tra la primavera e la catastrofe di questo periodo, ho ripreso «Eyes Wide Shut», che ha oscurato gran parte della mia adolescenza. Ora, si tratta di uno di quei film eternamente giovani, che più li riavvolgi e più svelano sterzate di stile e anticamere di senso, nascoste fino al decimo sguardo. Come fosse la prima visione, questa volta ho appuntato, con sincerità, e lo penso davvero: Kubrick non amava il sesso. Lo plasmava e maneggiava, ma come fosse una parola e un sintagma, la formula migliore dell’umanità. Ma il suo sguardo, in «Eyes Wide Shut» trasuda l’innocenza dell’artista allo stato primitivo.

Quando dico che Fellini mi angoscia, intendo che in ogni sua pellicola vivo la morbosità, la tensione biologica dell’adulto che il sesso lo ha vissuto e nascosto, e così come lo intende, così lo dona al pubblico. Davanti a «Eyes Wide Shut», io percepisco un infinito senso di adrenalina, che non ha nulla da condividere con un orgasmo, ma che accende la semplice voglia di narrare e scoprire attraverso gli altri quello che gli altri reprimono e paventano ed esprimono, lontano dal mio desiderio, con forsennata regolarità.
È tutto nell’immagine. Fellini ha una linea di perenne umidità, un disegno liquido di tensione del corpo. Kubrick trionfa con la naturalezza e il suo essere a ogni modo inappropriato come una ragazzina; e il sesso, persino nelle mirabolanti architetture e nel colore, si riduce allo scontrino nella borsa, agli spiccioli sul fondo delle tasche. Una roba comunissima, a tratti nauseante, che racconta degli uomini e delle donne più di quanto potrebbe mai la morte. Dunque, voglio dirlo: Kubrick è il più tragico dei tragici. Solo un uomo che ha tramutato l’ignoto in realtà può toccare l’abisso dell’esistenza.

Poi, la musica. Il sesso è tutto lì, così come la violenza e il sogno, la frustrazione e l’ironia. «Eyes Wide Shut» è forse l’apice del registro sonoro di Kubrick. Solo le note parlano, solo le note s’ingroppano, se vogliamo dirla in questo modo. E solo la melodia parla della nostra fragile virilità borghese, che non ha bisogno di essere rappresentata in forme. Lo stacco tra il dispositivo e l’atmosfera – Shostakovich (sempiterno anche in “Nymphomaniac” ndr) arriva, stop: è uno stereo. Di nuovo, la grandezza di dire ogni cosa senza sprecare una parola. Il sonno e la materia, il rito e la modernità. I nostri amatici critici sprecano pile di fogli sull’argomento, quando basta un dettaglio di realtà.
Così, senza motivo, nel giorno xx della mia xx visione, mi è venuto da segnare che «Eyes Wide Shut» non è un film, ma un’opera lirica, nel senso di Puccini e non di Wagner, che si espande nella vischiosità di Fellini. E in quanto opera lirica, lungo pezzo da teatro, il grande rito del 1999 è forse la più asessuata delle opere di Kubrick. Mai diresti che dietro ci sia l’occhio di un uomo, ma neanche quello di una donna. Un fuggitivo, questo sì: la ripresa dalla prospettiva di un artista che veste l’intimità di questo o quel soggetto, e così come sono, così li ripropone, lasciando che la precisione dell’arte aggiunga quel che il silenzio e la routine profetizzano giorno dopo giorno.
– Silvia Tortiglione

Scrivi una risposta a wwayne Cancella risposta