La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

Manifesto

Uccidi gli anni ‘50, Sorrentino, l’intimismo e il culto della vergogna. Avanti, sappiamo tutti che è più facile esaltare il sacrificio delle generazioni passate, piuttosto che richiamare il coraggio dal presente. Baby boom, il boom economico: qualcuno mi dirà se questa moda imperitura è dovuta a un paese vecchio, così come si dice, una questione di target, o se invece non è il porto sicuro degli intellettuali di questa generazione mezzana, quelli che potranno fregiarsi del passato degli antenati, e stampare pile di romanzi familiari, memorie, le foto in bianco e nero, dove nessuno sorride, e se sorride lo fa con la grezza bellezza del dopoguerra: mio dio, non farmi mancare le foto in bianco e nero. È chiaro che il demonio ci punirà subito per una fiaba di troppo, una risata volgare, la messa in ridicolo spassionata dei giullari: ti piacerebbe! Ma queste cose lasciamole fare a chi ne ha la tradizione: l’esterno mai precisato, troni di peccatori che non capirebbero. Ci invidiano il greco e il latino, il rustico faticare, e il loro studio culto psicogeno, che prova ancora una volta quanto questa nazione sia di fatto incline alla schiavitù. Dei miti, del passato, del silenzio.
Ora, in ordine, please: c’è di mezzo anche una questione di territorio e di sesso qui. Vietato parlare di creatività senza ponderare tutti gli elementi. Sud di poveri diavoli, Napoli di martiri e delinquenti. Dona anche tu un euro a questi poveri bambini analfabeti che si sparano in strada. E continua in questo modo, è un trend che tira, il mondo vuole vedere questo da te: sentimenti animali, il tempo stagnante dei peccati che altrove non sarebbero concessi. Ecco la creatività del tuo Sud: un piagnisteo, una Las Vegas dell’utopia dove, in mezzo a tanta velocità e progresso, puoi prenderti una attimo di purissima regressione. Miniera d’oro per i nuovi decadenti, che costruiscono carriere sulla rivincita e si accostano alle abitudini dei rioni con la voglia di capire e di comprendere, mai di dire. Mal che vada ne uscirà una buona poesia, un pezzo di prosa da fermata di autobus, un post da Facebook da commentare nel salotto di Madame Adelphine, sconto per insegnanti.


E mi chiedo solo perché
Sia andata perduta la forza
La strafottenza
Qui giù pare proprio che quelli che parlano troppo
Abbiamo dimenticato: il caos che tanto li diverte sezionare
Fuoco paura coraggio le dolcissime banalità comuni a tutti
Le canzoni e le leggende le gatte la follia nelle vene
Credi sia venuta bene? La cestinerei, un microfono! Mi piacerebbe come un musical.
Forse
dovrei andare
a
capo d
i più
Come
Credo
Facciano
Loro
Quando parlano di scontrini profetici
Le comete e tutto sanno e di tutto si
Struggono – Google: cerca sinonimo di onanismo.


E così si va per le perduti genti, le donne e gli uomini. Romanzo o poesia, poco importa ormai: avremo solo cronache di incredibili scopatori che piangono sulle pene dei loro padri un attimo dopo aver imbrattato di seme l’universo; e donne che non riescono a uscire dalla loro stessa prigione: madre terra, drappo di cotone sfilacciato, pioggia sul lastricato di un Parigi sempre letta, sia mai il languido canto delle proprie sorelle debba avere una diversa ambientazione; e in diversa scanalature: la brava studiosa, la madre nella vasca, la moglie, la maga. Per le ragazzine: l’incantevole main character senza macchia e senza paura, wattpad voce alle donne, e ormai o non si ragiona più dietro la moda, o si ragiona troppo. And I Tiresias… Uomo, donna. Sei un artista, puoi essere entrambi: approfittane, uccidi il corpo e saltella da un organismo all’altro. Solo tu puoi farlo.
Signori, vi date talmente tante colpe da diventare gli eroi. Signore, avete perso la fantasia. Ma qui si parla della nicchia, del premio Strega, del Festival della Poesia, delle lectures all’università. Perché gli dei onnipotenti hanno popolato questo mondo anche di persone che a se stesse pensano in silenzio e si aprono al gioco, all’illusione, alla spassionata creazione. Che parlerà di te e di me, e di tutti, ma senza sapere di starlo facendo: l’hobby, il sogno, la tenerezza di essere inutili, ma la determinazione di voler raccontare. Ai bambini e agli immortali non serve altro.
Ai bambini, agli immortali: lasciamo che i musei e le accademie, le biblioteche e le riviste impoltroniscano le belle trame, la naturalezza dell’immaginazione, la compagnia che sola possiamo ricavare dalla creazione di nuovi mondi, belli o brutti che siano. Ormai hanno capito che per ringiovanire le loro stanche fibre devono piantare i loro artigli in quello che fino a qualche decennio fa hanno disprezzato: la risata, il pop, il fantasy, l’horror, le love stories, i videogiochi, manga e anime e vedi come in questo contesto certe parole trasudino già di vecchiaia, rapite dal loro mondo, che è quello di oggi, di ora e del presente. Mai li chiameranno con il loro nome. Insano talento di affannare qualsiasi muscolo teso alla libera espressione, e altrettanto perverso ingegno nel complicare la semplicità.
Facciamocene una ragione: siamo tutti inutili. Pittori, illustratori, scrittori, musicisti, ballerini, attori, sceneggiatori, cantanti, fumettisti, scultori: signori mie, usciamo dal Rinascimento che ci rendeva più importanti di quanto non siamo mai stati. E usciamo anche da un secolo decimo nono di lamenti e di reclusione. Era bello, lo pensi anche tu, giovane ragazzino con Les Fleurs Du Mal sotto al braccio, credersi parte di un’élite dimenticata, che si abbraccia nella fratellanza dell’incomunicabilità. In fin dei conti, chi cazzo sei? Chi cazzo sono io? Da quale pulpito potrei giudicare la società? Io ti posso dire cosa mi distrugge, e cosa vedo distruggere i miei amici, per cosa e in che modo mi pare che la gente si strugga e per quali motivi sia ancora capace di incredibili prove d’amore. E voi signore santo che fate di una terrazza romana il massimo della bellezza possibile, che userete i vostri party intellettuali come un manuale di barzellette da reparto geriatrico, voi negromanti di Fellini, novelli D’Annunzio che tesserete la barocca apologia di Netflix, per voi non c’è speranza, ma mi auguro di cuore che dall’altra parte vi attenda un inferno di forme sbilenche, di Tecno Rave ai quali parteciperete bendati, e di maleducazione gratuita, dove i vostri mirabolanti formalismi e parafrasi non frutteranno niente di più che un sonoro, infantile, bello, primordiale: che palle.
E poiché presto mi annoierò di quello che sto dicendo, mi viene solo voglia di mettere per iscritto la mia peggiore verità. Io non sono un artista, non sono uno scrittore. Non sono neanche un talento, ma un pessimo insetto del creato, e che per questo, può prendersi la libertà di sparare contro chiunque voglia. Sono la cosa più banale che esista. Proprio una cosa, una carta, un titolo: un sognatore, e basta. Per questo, io ho il diritto di affermare solo una verità. Non lasciare che il progresso ti rubi anche la difficoltà di sognare. Di giorno, di notte, quando non ti resterà niente in mano, figuriamoci in tasca.
Abbastanza qualunquista, non è vero? Sta bene così. Meglio avere qualcosa in comune con tutti, se vuoi scrivere qualcosa di interessante. E si potrebbe dire che, poiché a tutti è data la capacità di ingannare la realtà, e poiché questa faccenda del sogno la impariamo prima che parlare, insomma possiamo dire che sia una facoltà genetica e al di là di ogni pregiudizio.
Dormi poco, sogna tanto.

Roman Dalloway