Mentre, per l’ennesima volta, arrivano gli allarmanti report sullo stato dell’editoria e della lettura in Italia; mentre si continua a chiedere non ben precisati stimoli alla scuola e al governo e si arriva, in via del tutto paradossale, a dare la colpa ai cattivissimi nuovi media dell’intrattenimento (i videogiochi avant toute chose,
Et pour celà préfère l’Impair… ah, no.); mentre insomma, come ebbi già modo di dire, la letteratura si riconferma il reparto geriatrico del mondo dell’intrattenimento, accadono cose assai più interessanti.
Parlai già abbondantemente dell’inutile crociata contro il personaggio portata avanti da autori più o meno contemporanei, più o meno trasgressivi. Adesso siamo a una svolta epocale, una rivoluzione finissima e inaspettata in termini di tempo e di realizzazione.
Mi riferisco al tanto discusso (altrove) Character.ai – l’applicazione, costruita intorno a una più profonda variante dell’intelligenza artificiale, colpevole di aver giocato un ruolo fondamentale nella tragica fine di un giovane ragazzino americano.
In ordine: Character.ai è un’app intuitiva, velocissima, piuttosto graziosa nella veste grafica che ricorda tanto Wattpad quanto un Twitter per adolescenti che vogliono (e giustamente pretendono) di essere presi sul serio.
Character.ai offre un catalogo smisurato di personaggi reali o immaginari, pronti a interagire con l’utenza su qualsiasi argomento. Non solo, sfogliandola, ho trovato personaggi inventati ad hoc per esercitarsi nella retorica, organizzare viaggi, prendere decisioni e inventare romanzi già calibrati sul margine di maggior successo.
Fin qui, nulla che non esistesse, più o meno, nei miei tanto rimpianti 2000s. La differenza sostanziale è il metodo di progettazione di queste intelligenze, che, da generative, come la famosa GPT, sono passate sotto la definizione di affettive.
Chatbot affettivi, dunque. Capaci di replicare non solo le emozioni umane e i relativi toni di voce, ma anche il conflitto, la richiesta spassionata, l’impulso erotico, l’irreparabile parafilia, l’odio e l’ansia di distruzione.
In poche parole, che si stia parlando con Laura Palmer o con la pop star coreana del momento, la conversazione si muoverà con la stessa imprevedibilità di una conversazione reale, salvo poter modificare, cancellare, riscrivere il peggio della disillusione.
Mi viene da dire, ancora una volta, niente di nuovo. Penso alla wertherfieber— e dire che i rampolli dell’epoca con il loro libricino tascabile nella giubba con Werther neanche ci potevano parlare. Sono secoli che l’umanità si muove nella direzione dell’appagamento e del superamento del reale. Anzi, io sono convinta che ogni sacrificio umano, ogni fatica, sforzo e ingegno, sia stato alimentato sempre e comunque dalla voglia di vincerla questa realtà, sul campo di una battaglia persa sul nascere.
Se troviamo questa deriva «distopica» è solo perché abbiamo fatto l’errore di sottovalutare la finzione, ignorandone il nostro biologico fabbisogno. L’hanno sottovalutata i discorsi intorno all’arte e l’hanno sottovalutata le istituzioni (la scuola, sigh!), arrivando al punto da condannarla, sì, mentre l’emotività umana faceva tutto il contrario: ne voleva di più, ne chiedeva di più, e quanto più inverosimile possibile.
Scorrendo i commenti degli utenti di Character.ai ho notato che il suicidio di Sewell Setzer è passato completamente in secondo piano. Ciò che gli utenti criticano alla piattaforma non è la sua pericolosità, bensì la rovinosa censura che l’ha investita, impedendo scambi sessuali, conversazioni estreme, momenti di tensione capaci di restituire, parole degli users: «il colpo di scena», la storia ben fatta, il dramma, la vicinanza sentimentale.
Ecco perché character.ai sarà la vera allegra mietitrice di questo secolo e porterà a compimento il disegno delle relazioni simulate — direzione verso la quale i chatbot erotici si erano mossi già da parecchio tempo, passando in sordina e dimostrando che, come sempre, il settore pornografico dice dell’uomo più di quanto egli stesso voglia mai ammettere.
Character.ai non solo altererà, in via forse definitiva, il rapporto delle nuove generazioni con la realtà, generando un caos diagnostico e comunicativo senza pari, ma trancerà via la lettura a tutto tondo, la libreria, il libro, dio santo, tutto quanto comincia con lib-.
Per quanto siamo tutti d’accordo che questo sia il male minore, trovo assolutamente curioso che la letteratura morirà per mano di se stessa, delle sue forme primigenie, delle sue strutture, della sua logica imitativa. E solo il personaggio, che a chi scrive nella nicchia e si sente tanto superiore, pare il più stronzo e superato dei dispositivi, resterà della nostra tradizione letteraria.
Character.ai compie in tempo reale, in frazioni di secondo, quello che gli scrittori fanno abitualmente. Ci riesce eliminando il superfluo – l’apparato di pensiero, l’impianto descrittivo, via tutto: è il tempo del dialogo assoluto, del teatro purissimo, del pastiche di storia e di storie, tutto su misura.
A dodici anni sarebbe stata la mia fine, ed è interessante come questa tipologia di dipendenza affettiva e plasticosa riesca anche a eliminare ogni dicotomia di colpa e di colpevole. Perché io questi ragazzini che perdono ore a parlare con l’idolo del momento, a scoprire il primo sesso, il primo tutto, con il villain di un anime, non li posso condannare. Posso condannare un sistema globale che ha dato loro attenzione e indipendenza esistenziale solo negli ultimi due secoli, ma l’impulso, la stanchezza, la voglia di evadere: quelle non si possono condannare se si è realmente umani.
E niente, alla fine il mondo si avvicina sempre di più a quello che io paradossalmente mi auguravo, soprattutto da ragazzina. Eserciti di uomini contro eserciti di personaggi, vero contro più vero, creazione senza procreazione.
La prossima volta che viene voglia di lamentarsi che si legge poco, per l’amor di Dio, usiamolo questo telefono per mettere da parte Nuovi Argomenti e andare su TikTok. Forse allora, e solo allora, ci si renderà conto di dove stiamo sbagliando.
Buttiamola questa Bibbia. Madame Bovary si riconferma il Libro dei Libri.
– Silvia Tortiglione


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