Verità universalmente riconosciuta è il fatto che io non sappia camminare in assenza di musica. Un autentico funzionamento a batterie, che alimenta la mossa rachitica delle mie gambine. E mentre passeggiavo qualche giorno fa, così di punto in bianco, mi arriva dall’abisso delle playlist più sconosciute questo pezzo dei Sonata Arctica che mi trascina indietro di dieci anni e avanti di altri mille. Insomma, mi prende la smania di tirare giù una lista delle mie canzoni dell’innocenza e dell’esperienza, quei pezzi che si sono fossilizzati nel corso della mia adolescenza, senza invecchiare mai, senza che io mai me ne stancassi. Ma che poi sono diventati vintage a loro modo, o almeno vintage nella mia percezione esistenziale. E quindi è bene che qualcuno le riscopra.
1) Sonata Arctica – “White Pearl, Black Oceans” da Reckoning Night (2004)
Causa di questo articolo privo di scopo. Stiamo parlando di un gruppo che ha segnato la mia pre-pubescenza e che tutt’oggi non sono capace di ascoltare senza la più accorata delle tenerezze. White Pearl, Black Oceans era un pezzo che per me aveva tutto: la grossa impalcatura sinfonica, il melodioso incedere del metal finlandese, lo storytelling accuratissimo che tanto andava di moda nei primi anni 2000. Storia di mare, storia di fughe e di terrori, ma con la grazia che questo gruppo ha sempre avuto. Seguita nel 2016 da una direttissima “By the Grace of the Ocean”, questo pezzo rimane uno di quelli che inserirei tranquillamenti della scaletta del mio funerale.
Good morn’, oh dreadful day,
I prayed the moon had lit
the sea instead of me…
For the sails of night,
“Please tell me everything’s alright…”
2) Sound Horizon – “Mahoutsukai Sarabande” da Lost e Pico Magic (2002-2003)
Qui la faccenda è seria, serissima. I Sound Horizon sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, e ancora non mi capacito di come non abbiamo la stessa rilevanza di altri concorrenti assai meno radicali. Ciò che mi lega a questa traccia qui, araba come potrebbe esserlo solo nella visione nipponica dell’altro, è una sequenza di aneddoti senza speranza. In ordine:
a) Il CD che contiene la traccia mi costò all’epoca ben cinquantadue euro. Gli sacrificai, insomma, il regalo di compleanno offertomi dai miei genitori. E anche quello di Natale. No, non esisteva Amazon ai tempi e per acquistare un CD made in Japan bisognava scendere nei panni di un narcotrafficante.
b) Uno dei motivi per cui sono così affezionata ai Sound Horizon è stata la mia diretta ignoranza. In un’intervista di poco tempo fa, Hidetaka Miyazaki, CEO di nostra signora From Software, dichiarò che i libri di cui aveva il migliore ricordo erano quelli redatti in lingue che conosceva solo in parte. Questo perché l’autentico piacere era quello di inventare il resto. E così ho fatto io, con qualsiasi album dei Sound Horizon ante-2010. Quindi no, non potevo immaginare che si nascondesse una metafora sessuale in questa canzoncina.
c) Via il trucco, via la maschera. Esame di letteratura italiana. Monografico sul mio caro Decameron. Tutti mi chiedevano come facessi a ricordare ogni personaggio, ogni comparsa. Io rispondevo: ne ho fatto un musical. E questo pezzo si adattava bene a Messer Torello e Saladino.
An ancient rondo of sin and punishment left me shut into the lamp.
My master, you have released a fool like me.
Allow me to grant your wishes.
3) H.I.M. – It’s All Tears (Unplugged Radio Live) da Uneasy Listening vol.1 (2006)
Gruppo redivivo. Gruppo inabissato nell’inferno che li aveva partoriti, come sempre succede, dopo la chiusura di alcune relazioni. Ciò non toglie che rappresentano l’ultimo esempio di musica acquistata per la copertina – Mucha aveva un’appeal osceno sulla me undicenne. Continuo a preferirne la versione unplugged che, a mio parere, regge meglio anche dal vivo. Ed eterna grazia dona loro Signore per avermi dato uno dei più adamantini modelli di stile.
4) Therion – “The Rise of Sodom and Gomorrah” da Vovin (1998)
Pezzo di storia epocale per gli amanti del genere, anche se la giovanissima me ne apprezzava particolarmente solo questa traccia e poche altre. È stato necessario quel gioiello di Les Fleurs du Mal (2012) per farmi crollare nella bellezza. The Rise of Sodom and Gomorrah è il più elegante esempio di un periodo di metal oltre il reale, quando l’elogio della depravazione non era ancora diventato un brillante marchio di fabbrica. Bei tempi non sospetti, quando neanche capito la potenza della citazione non troppo nascosta:
The princess Justine
Sing a song of her sin
Of pleasure and pain
And the virtues in vain
5) Versailles – “The Red Carpet Day” da Lyrical Sympathy (2007)
Ormai non faccio neanche più finta. Li ascolta ancora, e con immenso piacere. Loro e gli altri dell’ondata visual kei ormai quasi del tutto scomparsa in favore della musicalità coreana. I Versailles per me avevano tutto: il tema portante, la coerenza estetica, quella pacchianeria androgina che tento ancora di riprodurre e con discreto successo, mi dicono. Adoro che in Giappone il french revival continui ancora ad andare di moda e senza alcuna implicazione schifosamente teorica come da noi.
6) Nightwish – “FantasMic” da Wishmaster (2000)
Pareva strano che non li avessi inseriti, e invece! Per ultimi, con effetto (non troppo) sorpresa. Venticinque anni ci separano da Wishmaster, il capolavoro rinnegato dallo stesso Tuomas Holopainen. Ora, che Wishmaster sia uno degli album più vacillanti della vecchia era non ci sono dubbi, ma alcuni pezzi rimangono il vero e solo manifesto possibile dell’innocenza. FantasMic, in particolare, è la migliore caduta di stile di Tuomas, uno dei pochi pezzi sinceramente scanzonati che riesce meglio che altrove a esprimere l’occulto sentimento di nostalgia che solo l’immaginazione è in grado di generare.
Tributo all’intero catalogo Disney, e in particolare all’omonimo show Fantasmic! – andato in teatro in quegli anni a Disneyland California, il pezzo contiene al minuto 04:55 uno degli scarti melodici più grandiosi dei Nightwish, e che fa di questa traccia, ancora oggi, una delle mie preferite in assoluto.
Wishmaster’s will-
Join him the quest for dream
A make-believe
Is all we ever need.


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