Ci sono idee che arrivano nei momenti più improbabili. Questa rubrichetta, ad esempio, mi è saltata in mente durante la mia tipica convalescenza estiva, quando quel poco di ipocondria che ancora mi tiene in piedi balza a livelli di terrore tali da lasciarmi più o meno stranita. Insomma: ero a letto, mi annoiavo, e più mi annoiavo più sentivo il tempo sprecato alitarmi sul collo. Così è nata l’idea di aprire un ciclo di interviste «stagionali»: donare a un autore una stagione su cui riflettere senza alcun tipo di interferenza da parte mia, in nome della massima libertà espressiva e privata che ci è concessa. Mi è parso un bel gioco per tutti, e un buon pretesto per darsi appuntamento qui su Tuipack.
Filippo Tuena – di cui dubito serva una presentazione – mi è parso sin da subito il miglior candidato per iniziare. Reduce da una vicinissima rilettura di In cerca di Pan (Nottetempo, 2023) e da sempre innamorata di quell’altra operetta di Com’è trascorsa la notte: Il sogno (ilSaggiatore, 2017), è venuto quasi naturale affidare a lui il piacere e la fatica di parlare della stagione più crudele: l’estate.
Inutile dire che Filippo Tuena si riconferma non solo una delle personalità più interessanti del panorama letterario dell’oggi e del qui – pare sempre brutto dire “italiano” – ma un intellettuale dotato di ironia, Nostra Signora e padrona troppo spesso trascurata.
1. Credo non sia possibile parlare dell’estate senza citare Rimbaud: «Le sere azzurre d’estate, andrò per i sentieri (…) E andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro». L’estate, che orma ci appare come un fatto dovuto e scontato, è davvero l’ultimo confine della nostra libertà, o la più raffinata delle illusioni?
Ho dedicato all’estate, alle estati della mia adolescenza uno strano libro, “Cacciatori di notte”. Una storia di lupi mannari in una località di mare a sud di Roma, dove trascorrevo le vacanze estive. Ecco, per me l’estate ha qualcosa di selvatico, latrati di cani che provengono dalla campagna e che si mischiano alle feste serali sulle terrazze o i giardini delle case. Un quarto di secolo dopo o poco più mi sono dedicato a quella che Shakespeare chiama Midsummer night e che è in realtà l’inizio dell’estate, la notte di San Giovanni, la più corta dell’anno. In quella notte, complice la rapidità, s’intrecciano desideri volatili, passioni sfrenate e malriposte, non fosse per un distillato magico che tutto riporta all’ordine delle passioni: amo chi mi ama. Più recentemente ho condotto una stramba compagnia di viaggiatori sulle tracce delle più selvatiche divinità greche che praticavano astinenza o sesso privato dal sentimento. Anche qui rapidità e irrecuperabili momenti, che sono poi quelli che ci qualificano.
2. C’è qualcosa di pornografico nell’eccesso di luce, nell’equilibrio sottile tra le vacanze programmate e il senso della routine?
Non so se dovremmo dare un’accezione negativa al termine “pornografico”. Dipende solo da che punto di vista si osserva e dalla modalità messa in atto. Tenderei a considerare la pornografia noiosa, e questo mi sembra un difetto non eliminabile. Rispondendo qui anche alla domanda successiva –
3. E i corpi — scoperti, sudati, esposti — non sembrano offrirsi per essere dimenticati, più che per essere amati?
Spezzerei più di una lancia per i corpi nudi. L’ultimo libro, In cerca di Pan, oscillava tra una specie di erotismo letterario e un’attenzione all’ammirazione del corpo. Ma, ripeto, il divertente non è provare a replicare un atto tutto sommato poco interessante, ma ragionare sulle passioni, sul mondo che spostano seguendole. (e noi non possiamo che essere più che d’accordo su questo, n.d.a.)
4. Qualcuno crede che l’estate sia la stagione dell’artista. Forse era Thomas Mann. Hai mai pensato che l’estate possa essere una forma di possessione? Tutto quanto si era sognato o vagheggiato nelle stagioni precedenti, adesso pare fattibile.
Scrivo indifferentemente d’estate o d’autunno. Forse ora scrivo meno di prima e dedico più tempo alla contemplazione del presente o, peggio, del passato e delle occasioni perdute. L’estate ne conserva tantissime, di queste ultime.
5. L’estate è un’epoca o un evento?
Una disposizione dell’animo, un liberarsi degli abiti, un cercare spiagge deserte dove riflettere su quel che rimane da fare.
6. Se dovessi descrivere l’estate come una religione, quale sarebbe il suo dio e quale il suo peccato originale?
L’abbandono degli abiti, delle convenzioni. Direi dunque una religione bacchica, una liberazione e un’affermazione della volontà. Un mondo dionisiaco che periodicamente torna a sedurci. Il contatto con l’acqua sempre purificatrice. L’osservazione notturna del cielo stellato, il riconoscere l’immanenza dei miti, il loro essere presenti sulla volta celeste e riconoscerli disegnati con le traiettorie tra le stelle. Accettare anche promesse che non possono essere mantenute: “ti amerò per sempre” e richieste irrealizzabili: “mi amerai per sempre?”. Giocare sull’inganno e crederlo possibile. Questo è il peccato, tutto sommato veniale.
7.Che cosa resta di noi quando finisce l’estate? Quali parti sopravvivono fino all’autunno?
La memoria.
Filippo Tuena ha vinto il Premio Grinzane Cavour nel 1999 con Tutti i sognatori, il Premio Bagutta nel 2006 con Le variazioni Reinach, e il Premio Viareggio nel 2007 con Ultimo parallelo. Nel 1992 aveva già ricevuto il Bagutta Opera Prima per Lo sguardo della paura. Ultimo parallelo, ristampato dal Saggiatore, è stato votato nel 2020 come ottavo miglior libro del ventennio 2000–2019 dai famosi seicento giurati. Nel 2023 il suo romanzo In cerca di Pan (Nottetempo) è stato selezionato per il Premio Campiello. Tra le sue opere si segnalano anche Memoriali sul caso Schumann (2015), Le galanti. Quasi un’autobiografia (2019) e La voce della sibilla (2022), che personalmente consiglio di cuore.
Il suo ultimo libro Valzer con mia madre da ragazza, edito da Oligo, è nato proprio all’alba di questa estate.


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