La prima volta non si scorda mai e ancora meno si scorda la prima recensione. Quando ho chiesto a Mariano Mesti di dare uno sgaurdo al manoscritto di «La verità sul caso Salvatore Vespucci» gli ho intimato il massimo grado di sincerità. Demoliscilo, se devi. Dimmi tutto ciò che non funziona prima di tutto. Ne è venuta fuori una recensione che supera di molto le mie aspettative. Più che un’analisi del mio libro e del mio lavoro, quella di Mariano è la voce che apre le danze e la strada. «La verità sul caso Salvatore Vespucci» è un libro da poco concluso, ancora senza editore, che solo adesso sta iniziando a navigare per il mondo dei lettori, cui rimetto sempre ogni potere e ogni parere. (n.d.a.)
LO STRANO CASO DI UN ROMANZO SFUGGENTE COME IL SUO PROTAGONISTA (MORTO)
Salvatore Vespucci, noto intellettuale partenopeo, muore a causa di una inspiegabile combustione. Nei giorni successivi nessuno scienziato, esperto o perito riesce a fornire una plausibile interpretazione al fenomeno, dando vita a un’incredibile isteria collettiva che vede una moltitudine di persone dividersi tra uno schieramento che vede in Salvatore, nomen omen, un novello messia, mentre dall’altra parte della barricata altrettante persone, di ogni estrazione sociale o geografica lo addita come una sorta di Anticristo, simbolo di un’imminente Armageddon. In questo irreale contesto a Federico Morello, scrittore la cui notorietà non ha mai raggiunto quella del defunto, viene chiesto di fornire una propria visione della vita e della morte dell’autore di Anatomia del mondo, in virtù di una particolarissima amicizia condivisa con lui molti anni prima e per un periodo piuttosto breve, ma non per questo di poco conto.
La verità sul caso Salvatore Vespucci sorprende in primis per la struttura del racconto. Narrata in prima persona da un soggetto che ha avuto un rapporto incredibilmente turbolento e ondivago con il personaggio citato nel titolo, l’opera firmata Silvia Tortiglione mostra inizialmente un impianto molto vicino ai canoni del noir classico, sia letterario, sia cinematografico, dove i pensieri di Morello potrebbero benissimo funzionare come voce fuori campo pronta a svelare la propria intimità circa un particolarissimo uomo da poco deceduto, creando un particolare mix tra Viale del tramonto (Sunset Boulevard, Billy Wilder, 1950), dove però era il protagonista stesso a morire nella sequenza d’apertura, e Quarto potere (Citizen Kane, Orson Welles, 1941), nel quale il fulcro dell’intera narrazione, la straordinaria vita di un magnate dell’informazione, viene ricostruita a partire dalla morte dello stesso. Nonostante aleggi fin dalle prime righe il mistero legato a come sia effettivamente morto Salvatore, il breve romanzo ribalta successivamente il modello sopracitato con sagace ironia, abbandonando qualunque reale interesse per questo argomento in favore di una disanima del personaggio, che diventa la reale detection, che pagina dopo pagina finisce persino per mettere in secondo piano il defunto, strumento utile più per un percorso di autocoscienza del narratore.
Federico, nel corso di una serie di ricordi che si susseguono in maniera paratattica, al limite di un illogico flusso proveniente direttamente dal suo subconscio, svela un attaccamento quasi morboso nei confronti del collega scomparso dovuto in prima istanza al modo in cui questi riuscisse a mettere a nudo tutte le proprie fragilità e idiosincrasie, celate dietro maschere pirandelliane come quella del donnaiolo o del furente scrittore che non si abbassa alle richieste del mercato. Persino la sessualità tradizionale del narratore finisce per cedere il passo a dubbi e insicurezze dinanzi allo strano magnetismo che su di lui esercita Vespucci, il cui animo, picaresco ma malinconico e ossessionato dalla cronaca nera al contempo, contribuisce ad attrarre anche l’interesse del lettore, che non può non empatizzare con le infinite contraddizioni interiori di due figure certamente singolari, ma anche estremamente umane come tutti noi.
La forza espressiva di un testo tanto breve quanto denso risiede non solamente nell’efficacia con cui vengono gradualmente descritti i due intellettuali, bensì dal pastiche di generi, forme letterarie e fonti di ispirazione che si alternano nel corso dell’opera. Quella che dovrebbe essere una classica ricostruzione biografica, magari con il piglio tipicamente giornalistico, si tramuta talvolta in vero e proprio saggio breve, con tanto di precisione estrema nell’uso dell’apparato bibliografico e di note a piè di pagina, in altri casi in racconto piratesco, passando per la fantascienza paranoide a là X-Files (The X-Files, Chris Carter, 1993-2002, 2016-2018). Oltre a rendere fresco un tipo di narrazione piuttosto cristallizzato nel tempo come quello biografico, la strategia appena esposta contribuisce a mantenere un approccio (auto)ironico circa una vicenda che appare grottesca fin dalle prime righe e che non lesina una evidente dose di caustica critica nei confronti di molti aspetti ormai archetipici della società italiana, a cominciare dalle immancabili diatribe da ultras che nascono su qualsivoglia argomento, specie sui social, fino all’ormai insopportabile mondo dei cosiddetti intellettuali, dove vige la legge hobbesiana del più forte e qualunque elemento esterno alla piccola cerchia elitaria di signori che, parafrasando Tarantino, passa le giornate a stimolarsi oralmente a vicenda da un punto di vista artistico/lavorativo viene ostracizzato in un modo o nell’altro.
La verità sul caso Salvatore Vespucci si conclude proprio con un pensiero, chiaramente amaro nel suo umorismo, di Morello che riassume efficacemente l’intero testo, sia nella forma, sia nella poetica, con una multiforme coerenza perfettamente aderente al racconto delle tanto comprensibili quanto meschine sofferenze quotidiane dell’umanità odierna. In fondo, come diceva un altro celebre personaggio invischiato nella borghesia più insopportabilmente snob del Belpaese, siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia e pigliarci un poco in giro.
– Mariano Mesti
Sull’autore:
Nato nel 1993 in provincia di Napoli, ha studiato all’Università degli Studi di Firenze laureandosi in Storia e critica dello spettacolo.
La sua passione per il cinema nasce sin da piccolo, quando divorava VHS dei generi più disparati: da Edward mani di forbice a Matrix. Nel corso dei suoi studi ha approfondito principalmente il rapporto tra cinema e altri media, come il fumetto, scrivendo una tesi su Sin City di Robert Rodriguez e una sulla figura di Superman nell’audiovisivo.
Attualmente è docente di lettere e, nell’ottica di rivalutazione critico-storiografica del cinema di genere, ha pubblicato per Edizioni NPE la monografia Wes Craven – Il regista dell’incubo nel 2024.


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