Ora, chi mi conosce sa bene quanto per me sia difficile parlare di ciò che amo. Mi è molto più facile scrivere di quello che detesto. Ecco perché di Flaubert non parlo quasi mai, se non in privato e nei momenti più estemporanei. Si tratta dell’autore primigenio nel mio Pantheon personale e la scrittura e l’umanità e bla, bla, bla. Fatto sta che, tempo addietro, davanti all’ennesimo e sconcertante fatto di cronaca, dopo aver letto i più incauti e pudici maschilisti arrovellarsi intorno all’ultimo femminicidio, mi venne da scrivere questo articolo che non pubblicai da nessuna parte, né feci leggere a nessuno, non per un eccesso di vergogna, ma perché mi pare sempre di dire troppo quando dovrei restare in silenzio. Ma poiché pare che la questione non smetta di accedere dibattiti più o meno non richiesti, lo ripropongo qui, nella sua veste originale e non corretta, così come lo postulai all’epoca:
È curioso pensare che la tragedia di una giovane ragazza abbia riportato in auge la fortunata, ma non troppo, formula di «Educazione Sentimentale»; dirò formula per contenere le insostenibili variabili dell’argomento, eccezioni di genere che si irradiano attraverso le divinità totemiche del sociale, della politica, della didattica e, non per ultimo, della salute mentale.
Eppure, nonostante uomini e donne di ogni generazione ritornino con nostalgia incosciente a usare questa bella titolazione, quando si afferma il bisogno di una «Educazione Sentimentale», la necessità culturale della violenza di genere oblia l’origine del sintagma, e in via sempre maggiore, svaluta il ruolo che ebbe, e che si spera abbia ancora, la scrittura nello svisceramento più intimo del problema.
Perché quando Flaubert scrisse «L’Éducation sentimentale, histoire d’un jeune homme» lo fece con una naturalezza tale da offrire le risposte tanto agognate dalle televisioni di oggi, senza sottomettere la verità dell’uomo a un qualsivoglia e omicida intento didascalico. Il romanzo del 1869 non educa a uno stantio, a tratti imbarazzante e controproducente, culto della donna, né spinge verso un ripensamento del sistema sociale, dei suoi ruoli e delle sue sentenze. «L’Éducation sentimentale» affronta la più tragica delle verità, quella che si vorrebbe portare nelle scuole sotto la maschera ipocrita di conferenze e striscioni: la virilità ha il diritto e il dovere di sprofondare nella debolezza. E non è la sede, né sarebbe necessario, vagliare al torchio ogni sfaccettatura storica della fabula, per comprendere il ruolo attualissimo del romanzo in oggetto, la cui lettura, anche approssimativa, basterebbe a risvegliare l’interesse verso un diritto al fallimento, troppo a lungo precluso agli uomini, e troppo spesso imposto alle donne. Da queste restrizioni così distanti non può che esplodere l’inaudita violenza della sopraffazione.
«L’Éducation sentimentale», come libro, come pezzo d’arte, potrebbe funzionare nel ruolo di officina di empatia, verso l’altro e soprattutto verso se stessi, in uno sforzo di comprensione che valica gli stereotipi sentimentali di genere. Questo perché il giovane protagonista, Frédéric Moreau, si codifica e rimarrà a lungo il migliore androgino sotto vesti maschili mai prodotto dalla letteratura mondiale. Migliore anche dell’Orlando della Woolf, dove troppo chiaro era lo schema autoriale e tendenzialmente, ma con inopinabili ragioni, si puntava a un ripensamento della storia collettiva in chiave individuale.
Ora, offrire a un ragazzo l’esempio di Frédéric Moreau aiuterebbe nel riconoscimento delle zone più scoperte della virilità, di una virilità squisitamente bianca e borghese. Frédéric ha in sé, senza bisogno di spiegarsi, l’abissale fragilità del maschile e l’ipertrofica determinazione del femminile. Della vita e delle delusioni parigine, egli si ostina nella cura del sogno, contro il diritto negato all’innocenza, contro lo stigma dell’irrealtà; e questa è una parafrasi estremamente femminea del suo sognare. Dall’altro lato, eroe dell’inazione, Frédéric rielabora gli imperiosi pianti del prescelto romantico e ammette e abbraccia il rifiuto, la rinuncia e gli effetti che l’ostacolo dell’esistenza pone sul cammino della sua crescita.
Avrebbe voluto sovvertire il destino, ma incapace di agire, maledicendo Dio e accusandosi di viltà, si rigirava nel suo desiderio come un prigioniero nella sua cella. (…) Restava ore e ore immobile, oppure scoppiava a piangere.
Le lacrime sono il leitmotiv del giovane uomo. Non un pianto di guerra, né un assorto lacrimare di saggezza davanti alla verità intellettuale. In più occasioni, Frédéric cede alla tentazione dell’ingiuria e alla mortificazione della sensibilità, ripensando il codex patriarcale di cui comunque è parte. Ma ogni volta che gli si offre l’occasione di uno scarto dominante, egli ritorna alla sua certezza androgina, e vaga sì tra le macerie dei suoi sogni, ma con la ricompensa di aver compreso intimamente il bisogno delle entità femminili alle quali comunque appartiene. Il pianto, così frequente, di Frédéric emerge dalla virtù suprema: l’immedesimazione.
Immergendosi nella personalità degli altri, dimenticò la sua, il che è forse il solo modo di non soffrirne.
Nient’altro dovrebbe invadere le classi di qui e di oggi. Insegnare la volubilità dell’essere maschio, che può e deve fluidificarsi nella comprensione della sofferenza provocata o subita. L’Educazione sentimentale di cui necessitiamo è un’educazione al trasformismo del maschio. Potrei dire che in questo senso le arti svolgerebbero un ruolo fondamentale, ma risparmierò a me stessaa il peccato mortale del giovane naïve.
In ogni caso, e per mantere il contegno di una certa brevità, invito almeno a un’approfondita comprensione della chiusa de «L’Éducation sentimentale, histoire d’un jeune homme»:
L’apprensione dell’ignoto, un vago rimorso, e persino la gioia di vedere, in una sola occhiata, tante donne a sua disposizione, l’emozionarono al punto che rimaneva là, pallidissimo, senza muoversi, senza dire nulla. Ridevano tutte, divertire dal suo imbarazzo; credendo si burlassero di lui, fuggì.
In poche righe, il danno inesorabile dello stigma machista e dell’ossessiva demagogia del produttivo, che ormai non attanaglia più la gen z della neoborghesia nel suo complesso, ma si ancora al gene maschile, che non ha diritto a manifestare la sua caduta, né a soffrire deliberatamente la sua solitudine. A quanti diranno: il giovane signor Moreau è un fantoccio del tutto anacronistico, oserei rispondere: il giovane signor* Moreau saprà sempre come convivere con il proprio peso sentimentale.
– Silvia Tortiglione


Lascia un commento