Parliamo di fantasy con Luca Tarenzi. Senza chiedere scusa a nessuno. Perché solo chi pratica questo genere, chi lo ha sezionato nelle sue peculiarità e chi ha fede nella sua potenza, soltanto questi autori possono capire fino in fondo cosa voglia dire essere considerati gli ultimi tra gli scrittori. Perché se la magia è forte, il pregiudizio è immortale. Che ci piaccia o meno, il fantasy – con le sue innumerevoli diramazioni – rimane il genere antimoderno per eccellenza, nella bella definizione di Compagnon: è il genere d’avanguardia, nel senso che si pone avanti nella lotta politica e ideologica, il genere che, in linea di massima, e prendendo in considerazione anche altri media al di là del libro, smuove maggiormente l’industria dell’intrattenimento. Last but not least, il fantasy rimane il genere di cui lettrici e lettori hanno più fame, un desiderio che vedono calpestato dalle istituzioni intellettuali, le quali continuano imperterrite a tenere alla larga il fuoco e la spada, neanche fossero una reale minaccia al proprio status.
Ho avuto la fortuna di parlare con Luca Tarenzi, una delle migliori penne del fantastico di oggi e di qui. Luca è un autore di pregio, con una consapevolezza adamantina riguardo la situazione del fantasy in Italia, e non solo. Stiamo parlando di uno scrittore che battaglia, che smuove il dibattito; uno di quelli che piacciono a noi, che vogliono rompere gli schemi dell’intellettualismo, e lo fanno nel modo più umano del mondo: ammettendo le debolezze del proprio esercito. Insomma, cerchiamo di capire insieme quali sono i problemi del fantasy in Italia e come potremmo risolverli.
Tui: Manteniamo la spada nel fodero e partiamo da principio. In molti continuano a credere che scrivere fantasy sia una scelta motivata dall’interesse e dal demone della moda. È una posizione molto grave, a mio avviso, perché spoglia il genere della sua profondità espressiva. Perché Luca Tarenzi scrive fantasy?
Luca: La prima volta che me lo hanno chiesto in pubblico è stato a Lucca C&G del 2011. Ero sul palco con un gruppo di colleghi scrittori e l’intervistatrice fece girare la domanda tra di noi: per pura fortuna (sono sempre stato una persona fortunata) ero l’ultimo della fila, per cui ebbi più tempo degli altri per pensare e misi insieme una risposta che da allora ho ripetuto molte volte, perché riciclare è utile ed ecologico.
Partendo dal presupposto che le vicende di quella tragicommedia che è la vita umana sono sempre le stesse, e quindi le nostre storie in un modo o nell’altro racconteranno sempre quelle, quel che cambia saranno le scenografie che montiamo e i costumi con cui vestiamo gli attori. E non sono dettagli secondari, perché costumi e scenografia possono stravolgere totalmente una storia. Ora, dal mio punto di vista la letteratura realistica è un grosso, massiccio baule pieno di costumi: da lì potete pescare a piacimento per vestire i vostri personaggi e mandarli in scena. Ma la letteratura dell’immaginario – ossia il fantasy, la fantascienza, l’horror e tutti i loro generi intermedi – sono un guardaroba che inizia da qui e va avanti fino all’orizzonte e oltre, straripante di costumi che molti di noi nemmeno saprebbero immaginare. La mia domanda diventa dunque: voi che cosa scegliereste, il baule o il guardaroba grande fino all’orizzonte?
Uno dei più grandi poteri della letteratura fantastica sta esattamente in questo: può raccontare tutto, può parlare di qualsiasi cosa, e può farlo usando una ricchezza di colori, linguaggi, situazioni, personaggi, simboli che ha come limite estremo solo quello della nostra mente.
Tui: Nel tuo nuovo format Scrittura Ribelle stai affrontando, punto per punto, le cause che hanno portato il fantasy a essere considerato il primo tra gli ultimi, il re dei generi cosiddetti di serie b. Ciò che ho apprezzato particolarmente è stata la tua trasparenza. In parte, è anche colpa di chi il fantasy lo scrive, senza averlo prima studiato, senza sentirlo intimamente, senza scavare nel retaggio del simbolo e della trama. A questo, si aggiunge un processo di imitazione, consapevole o meno, del mercato anglofono, che porta alla produzione di libri senza identità, copia di copia, che avvalorano il pregiudizio dei detrattori del genere fantastico. Possiamo risolvere questa situazione? Il fantasy ha bisogno di una dignità prima di tutto teorica? E in che modo è possibile spronare i nuovi autori ad andare più a fondo?
Luca: No, secondo me non dobbiamo partire dall’alto ma dal basso, cioè non dalla teoria ma dalla pratica. È un processo che in certo senso mi fa pensare alla storia della tecnologia: l’idea che prima si sviluppano e si testano nuove teorie e poi si trova loro un’applicazione tecnologica è recente, posteriore alla rivoluzione industriale. Ma per gran parte della sua storia l’essere umano ha prodotto tecnologia per via empirica: prima ha constato che una certa invenzione o un certo sistema funzionavano e dopo, semmai, ha astratto i principi che li facevano funzionare.
Un genere letterario come il fantastico deve innanzi tutto essere scritto, scritto e ancora scritto. È stato soltanto quando il lavoro ha prodotto il numero e il numero ha fatto emergere opere di grande valore che in altri paesi – ad esempio quelli di lingua inglese – la coscienza letteraria si è resa conto dell’esistenza e del peso di questo settore, e ha cominciato a tributargli valore teorico. In Italia siamo ancora indietro in questo processo, sebbene l’esplosione del fantasy prima al cinema e poi nelle serie tv ne abbia fatto un fenomeno globale ormai da almeno vent’anni. Chi scrive fantastico e ha la mia età (io sono del ’76) ricorda perfettamente come all’inizio della nostra carriera quasi ci vergognavamo a dire in pubblico che scrivevamo fantasy, perché la risata in faccia era una reazione anche troppo comune. La prima volta che ho sentito un grande editore italiano dire che il fantasy può avere cose importanti da dire è stato L’ANNO SCORSO. Insomma si è fatta della strada, ma ce n’è molta di più ancora da fare.
E sul fronte dell’andare al di là dei libri senza identità, a mio avviso il punto è lo stesso di sempre, e in realtà è semplice: bisogna amare la materia, perché senza amore non c’è dedizione. Se si hanno amore e dedizione per il fantastico, lo si legge tantissimo, e se lo si legge tantissimo e lo si vuole scrivere si saprà che cosa è una copia e che cosa no. Da qui possono (il condizionale è d’obbligo) nascere le opere di valore da quelle può nascere il riconoscimento.

Tui: Ci ricolleghiamo a un altro punto da te sollevato in Scrittura Ribelle. Il fantasy non è un genere disimpegnato, come vogliono far credere. Da sempre relegato alla dimensione dell’escapismo e della distrazione, pare proprio che i critici di oggi, e purtroppo anche molti autori, abbiano dimenticato che il fantasy nasce dalla rottura. Ne parlarono, nel XIX secolo, già Charles Nodier ed E.T.A. Hoffmann. Per non parlare della grande saggistica successiva, di Tolkien e Todorov. Per questi autori, che già in tempi non sospetti erano costretti a difendere le proprie inclinazioni creative, il fantasy – o il genere fantastico in senso lato – rappresentava un salvacondotto verso la metafisica, l’unico modo possibile di parlare alle viscere dell’uomo e persino il più rischioso baluardo della lotta politica contemporanea. Ora, lascio la parola a te, Luca. Perché è tanto difficile ammettere la centralità del genere fantasy nel dibattito contemporaneo? E cosa spinge molti autori a tirarsi indietro? Con la trilogia di Orfeo tu sembri riuscire a parlare di origini e di coscienza, anche ai più giovani.
Luca: Dare al fantasy il posto che gli spetta è – tristemente – più un problema italiano che internazionale, e sui motivi che ci stanno dietro sono già stati spesi fiumi d’inchiostro che scorrono dal positivismo al fascismo. Ma visto che me ne date l’occasione, proverò a offrire una mia spiegazione personale.
Nell’autunno dell’anno 2000 avevo ventiquattro anni, mi ero appena laureato e sedevo – solo parzialmente comodo – nel mio primo posto di (quasi) lavoro: stagista alla De Agostini. Un giorno in pausa pranzo un mio collega un po’ più vecchio di me mi vide seduto a leggere un romanzo fantasy, mi chiese di cosa si trattasse e quando glielo spiegai si mise a ridere. “Leggi delle cose che non hanno senso” mi disse. “Perché non hanno senso?” chiesi io, con la pazienza di chi sa di dover essere gentile a ogni costo. Lui mi prese il libro di mano, lo aprì su una pagina a caso, lesse due frasi ad alta voce e disse: “Vedi? Che senso hanno? Nessuno. E io sono una persona intelligente: se non capisco una cosa, vuol dire che non ha senso.” E se ne andò lasciandomi lì a digerire il fatto che… sì, stava facendo sul serio.
Oggi, a distanza di venticinque anni, vedo quel mio collega come una rappresentazione perfetta dell’italiano medio: uno che prende in mano una cosa a caso, non la capisce perché ovviamente gli manca tutto, dal contesto all’intenzionalità, ma siccome si reputa una persona intelligente conclude che quel che lui non capisce non ha senso, e può tirare felicemente dritto.
La letteratura dell’immaginario, tra tutti i generi, esige per definizione di saper andare oltre la superficie. Di saper immaginare quello che non hai mai visto. Di saper decodificare un simbolo. Di saper riflettere su un esempio che è stato trasferito fuori dal suo contesto realistico proprio per poter essere osservato con sguardo limpido. Dunque stiamo chiedendo al giudicante italiano di immaginare, decodificare, riflettere: tutte le cose che sa fare meno in assoluto.
Viviamo in un paese dove la rigidità mentale è un vanto e la convinzione di aver capito tutto è il collante della società. Se, come dicevo sopra, le prime crepe in questa formidabile diga di cemento cominciano a vedersi, serviranno ancora mille martellate prima di veder scorrere l’acqua.
Tui: Siamo in clima di Premio Strega e, guarda un po’, la letteratura di genere continua a essere esclusa per partito preso o spinta verso le sezioni della letteratura giovanile. Eppure, le proposte più interessanti e quelle che suscitano l’affetto del pubblico, in maniera democratica, arrivano invece dai settori del fantastico, del weird, del retelling. Quindi sì, possiamo dire che il fantasy lotta con se stesso, ma non è di certo aiutato dagli ambienti della cultura. Lo esclude lo Strega, lo esclude il Campiello, e così anche il premio Bancarella. Però, la gente lo premia. Come vivi questa discrepanza, in quanto autore? Sei mai stato vittima dei pregiudizi della classe intellettuale in quanto scrittore di fantasy?
Luca: Altroché, e ho già fatto alcuni esempi nelle risposte qui sopra. Ne potrei aggiungere a iosa, dall’editore che mi invitò a tornare quando avessi “cominciato a scrivere cose serie” a quello che mi fissò chiedendo ad alta voce “Ma perché vi ostinate a scrivere queste cazzate che non compra nessuno?”
Chiaramente sono tutti aneddoti che appartengono al passato: come hai giustamente fatto notare, adesso il fantasy vende anche troppo, ancora spinto principalmente da quell’onda di marea che è partita da Hollywood un paio di decenni fa, al punto è quasi difficile ricordarsi un mondo diverso da questo. Giusto il mese scorso una mia amica poco più che ventenne è venuta a chiedermi: “Ma tu che ai quei tempo c’eri, dimmi, veramente i nerd negli anni Ottanta venivano presi in giro e discriminati, o è tutta un’invenzione delle serie televisive di oggi?” Giuro, me lo ha chiesto sul serio.
Davanti a tutto ciò, a me sinceramente viene una gran voglia di dire: ma allora che ce ne sbatte a noi di che cosa pensano i cervelloni della cultura? Se quel che il pubblico premia siamo noi, se adesso FINALMENTE quel meccanismo che unisce chi scrive e chi legge si sta saldando per davvero, non possiamo beatamente fare a meno delle opinioni della “letteratura alta”? Non possiamo ribellarci senza alcuna violenza e scrollarci di dosso quella povere dei secoli con cui loro ancora ci vogliono seppellire?

Tui: Allo stesso modo, è curioso che il fantasy, all’interno delle fiere di settore, sia costretto ad accamparsi nel suo piccolo ghetto. Al contrario, è il genere di punta di festival di cultura pop o eventi a esso dedicati. È da poco passata la prima edizione di Oblivion, fiera del libro, del fumetto e dell’irrazionale e ha registrato un gran numero di visitatori. Possiamo dire, in modo ancora più spregiudicato, che questa situazione sia simbolo dello scontro tra vecchi e giovani? Anche se sarebbe meglio dire: scontro tra cuori vecchi e giovani. La nostra passione non ha età. Gli eventi più blasonati, che contano la forza di uffici stampa, enti e biblioteche, escono quasi perdenti dalla guerra con la notorietà del fantasy e del mondo che vi ruota intorno. Perché in Italia sembra così difficile dare dignità artistica a un genere che altrove ha possibilità di muoversi in modo trasversale, dal lettore colto allo studente, dal nerd al professore universitario?
Luca: Per tutte le ragioni che ho detto sopra, alle quali voglio aggiungerne ancora una: alla società italiana non interessa investire sulla cultura. Non gli interessa da un sacco di tempo. Per cui anche i cambiamenti nella cultura stessa, i grandi shift epocali che in altri paesi sono ovviamente recepiti e provocano reazioni di conseguenza, da noi passano inosservati, molto semplicemente perché… nessuno sta guardando. Chi avrebbe il compito di capire “che cosa sta succedendo” il più delle volte non ne ha la preparazione e spesso nemmeno la voglia. Come si fa ad accorgersi che il fantasy negli ultimi vent’anni (a stare stretti) ha vissuto un vero salto quantico se “le ultime novità” per noi sono cose successe nel secondo dopoguerra?
Tui: Con “L’Ora dei Dannati” hai compiuto un peccato imperdonabile: hai osato giocare con il patrimonio della nostra letteratura. Un gioco riuscitissimo, a mio parere, e che spero possa servire da esempio per smuovere le paludi della nostra narrativa. Come è stato vivere il confronto con i personaggi dell’universo dantesco?
Luca: Non smette mai di farmi impressione quanto spesso mi venga rivolta questa domanda: “Ma non hai avuto paura di toccare Dante e i suoi personaggi?”
Chiedete agli autori e alle autrici di fanfiction se hanno paura di toccare i personaggi delle storie che amano di più… o se piuttosto non vedono l’ora di afferrarli a due mani e far fare loro tutto quel che hanno sempre sognato. Si fa con i romanzi e i videogiochi, con i film e le serie tv, con i fumetti e le serie animate, e si fa da un sacco di tempo… intendo dire proprio secoli, se non millenni. La fanfiction non è un’invenzione recente: a ben voler vedere, che cos’è l’Orlando Furioso se non la fanfiction dei poemi cavallereschi che l’Ariosto aveva voglia di scrivere? E l’Eneide non è alla fin fine una fanfiction della materia omerica, che all’epoca di Virgilio era per l’appunto quel che dante è oggi per noi?
L’Ora dei Dannati per me non è stato niente di più e soprattutto niente di meno che questo: la mia fanfiction della Divina Commedia, nata dall’amore sconfinato che ho per quell’opera e dalla voglia di “giocarci” che mi è cresciuta dentro per anni.
Tui: Adesso possiamo riporre le armi. Cosa consiglieresti a un giovane scrittore? Quali strade percorrere in una giungla di agenzie, scuole, concorsi?
Luca: Con la brutalità medicale di un chirurgo che amputa un arto in cancrena: le strade vanno tutte bene perché è comunque difficilissimo arrivare alla meta. Alimentare una visione edulcorata della realtà è pericoloso e, pur con tutti i miei difetti, almeno questo non l’ho mai fatto: tentare la carriera dello scrittore oggi in Italia è come decidere di scalare una parete liscia e verticale a mani nude.
Se lo volete fare lo stesso – e tante volte non sarà per davvero una vostra scelta, perché c’è qualcosa dentro di voi che ha già scelto al posto vostro – allora le cose che consiglio tassativamente di avere sono tre: un lavoro che vi dia da vivere, una rabbia gigantesca e un gatto. Il lavoro vi servirà perché, a meno di colpi di fortuna rari come vincere la lotteria, passerà un bel po’ di tempo prima che la scrittura da sola vi metta il cibo in tavola (nel mio caso quel “bel po’ di tempo” è stato diciannove anni). La rabbia vi servirà perché le cose andranno male così tante volte, le attese saranno così tante e così lunghe, i disguidi e i crolli dell’ultimo momento saranno così odiosi che senza un’incazzatura formato Colosseo non riuscirete a passare al libro successivo. E il gatto perché sì. Lo capirete da voi.
Tui: Quattro libri. Non uno di più. Che sappiamo riassumere il tuo amore per la scrittura, per la fantasia, per la lotta e per la leggenda.
Circe di Madeline Miller. Per me forse il retelling mitologico più bello di sempre. Senza questo libro il mio Orfeo non sarebbe mai esistito.
La mano sinistra delle tenebre di Ursula LeGuin, uno straordinario grido di rivolta contro i pregiudizi e i ruoli di genere della nostra società. Tra tutti i libri che letto fa adolescente, è quello che ha segnato di più il mio modo di vedere le cose.
Il nome del vento di Patrick Rothfuss, probabilmente il fantasy linguisticamente scritto meglio del nostro secolo (leggetelo in lingua originale se potete).
Libriomancer di Jim Hines, l’urban fantasy più originale, intelligente, profondo e divertente che mi sia mai capitato di leggere (e ne ho letti più di quanti possiate sospettare).
Grazie a Luca per il suo contributo, per la disponibilità e la pazienza. Ora non fate i ribaldi e date uno sguardo alle sue opere, se non le conoscete:
– Silvia Tortiglione


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