La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

Racconti (s)perduti: Maria

Avevo due anni quando la pediatra disse a mia madre: «il bambino ha una malattia assai rara, signora. Lo porti in America, lo porti in Svizzera: una debolezza così non si è mai vista».

Cosa fosse questo morbo sconosciuto, non lo venni a sapere se non quando osai pronunciare, o tentare di pronunciare, la mia prima parola. È chiaro che non possa ricordare il momento preciso, ma mia madre è certa che: «quel giorno, Federico strapazzò la mollica di pane, me la lanciò addosso e si mise a fare come i pesci, con la bocca che voleva dire puà, puà, ma non arrivava un bel niente.»

Perché da questo ero affetto. Di questo mi addoloro: io non posso parlare se intorno a me ci sono altre creature vive.  In solitudine, la magia avviene. Non sono muto. Ho un tono di voce che potrei definire simpatico, con quel calore accomodante, un poco nasale, che diverte i bambini. È un fatto biologico, hanno detto, una malformazione, forse della pelle che capta la presenza di altri mammiferi, il loro calore e le vibrazioni. Secondo altri esperti, la colpa risiede nel cervello, che dovrei avere, dicono, talmente potente da aver mandato in corto circuito tutta la faccenda della comunicazione.

Posso parlare solo quando nessuno mi vede. Non posso neanche scrivere, quando sono in compagnia. Appena prendo la penna, mi viene male al braccio sinistro. I sintomi sono gli stessi di un infarto: dapprima i pizzichi sotto le ascelle, poi la sensazione che palle di grasso stiano ruzzolando nelle vene. Queste palle, questi sassi adiposi, non m’importa cosa dicano i dottori, sono le parole che vorrei dire a testa alta. E non ci riesco.

Qualcuno potrebbe chiedersi come io sia riuscito a vivere fino a trent’anni senza aprire bocca. Ho trattato il mio corpo come è normale trattare le parole quando c’è da dialogare con il prossimo. L’ho colorato, arrossito, incrinato, intagliato sulla crudeltà e addolcito nella gentilezza. Durante gli anni di scuola, ho imparato a mimare i Napoleone, i Churchill, che quelli davvero chissà come ben parlavano alle folle. Con i numeri non ho mai avuto problemi, in biologia univo i foruncoli dell’adolescenza per indicare alla classe la composizione delle molecole di idrogeno e di azoto.

Mia madre e mio padre mi hanno sommerso di alternative: «mettiti a parlare su internet come fanno tutti!»; tanto con la telecamera non ho problemi. Se me ne stessi a distanza con un obiettivo puntano alle labbra, potrei raccontare al mondo tutta la mia storia.

Eppure non ho voglia. Io parlo anche troppo. Tutti i giorni e in buona compagnia.

Quando finalmente intorno a me non c’è nessuno e posso aprire bocca, apparecchio il tavolo per sette persone. Cucino tutto io, e sono ben attento alle allergie dei miei avventori. Qualcuno è vegano, qualcuno non ama il pesce. Dopo aver tutto preparato, spengo le luci, accendo le candele.

«Come te la passi, Tonia? Ti vedo stanca!»

«Fare la mamma è un lavoro a tempo pieno, e nessuno lo capisce…»

«Bel marito tieni!»

«Ho turni allucinanti, che ti credi!»

Io sono Tonia, e anche suo marito. Riesco a essere i loro figli – ne hanno due, un maschio di tredici anni e una femmina di otto. Ci sono state volte in cui i bambini hanno invitato dei compagni di classe alle nostre rimpatriate, e mi sarei picchiato da solo per tutto quel chiasso. Ogni domenica, Tonia porta con sé anche il padre anziano, che sbrodola la sua esperienza da avvocato: tutti gli aneddoti si interrompono prima del colpo di scena e vengono ripresi giusto al mezzo, così da rendere insopportabile la conversazione. E mi duole ammettere che Cesco, il marito di Tonia, ha un certo affare con Michela, la studentessa del quarto piano, che è stata appena lasciata da ragazzo. Michela va ogni giorno in chiesa a pregare per depurarsi l’anima dal tradimento. Durante le nostre cene, strofina la mano nella tasca, dove tiene un rosario, regalo della nonna.

Non l’ho mai potuto confessare ai miei genitori. Ma dimmi se questa non è la soluzione migliore per me che devo osservare gli altri in silenzio, senza avere mai occasioni di consolarli, di insultarli, di esprimere il mio parere. Ho passato trent’anni ad ascoltare. Da qualche parte, i segreti della gente dovevano andare a finire.

E sono finiti in un cassettone di plastica, pieno zeppo di parrucche e di costumi. Se devo essere Tonia, mi depilo le gambe con il rasoio elettrico. Tonia ha paura del dolore, in ogni sua forma. Mi spruzzo dietro al collo, come fa certamente lei per invogliare il marito a toccarla dopo cena, un profumo al muschio bianco, credo, uno di quelli che odora semplicemente di roba secca e pulita. Quando invece mi tocca di essere suo marito, la faccenda si complica. Devo andare da un posto all’altro del tavolo, mimare un poco il contegno di lui e un poco la cupa mansuetudine dell’amante; e ogni tentativo di solletico con i piedi, giù tra le gambe delle sedie, deve essere prontamente interrotto al momento giusto per rispondere alla chiamata dei bambini che stanno litigando.

Per quanto io ami cenare ogni giorno in questo modo, l’unico momento in cui mi sento parte del mondo, contento fino al midollo di essere vivo, è quando gli ospiti vanno via. Prima di sparecchiare, la chiamo: «Maria, dove sei?» e pulisco il cucchiaio finché non diventa abbastanza lucido da potermi vedere per bene. Allora lo bacio, lo lecco e poi lo dico ancora: Maria.

Non ho mai amato nessuno, tranne che lei. Glielo dico sempre e temo si sia molto annoiata del mio essere pacchiano. Vorrei poter spiegare com’è fatta. Se è grassa o se è magra, se porta il caschetto o la treccia vichinga. Non lo voglio sapere. Se Maria smette di cambiarsi i vestiti, di tingersi i capelli o di saltare da un mondo all’altro, Maria muore. Per qualche settimana, ha preso anche le sembianze di un uomo. Ma io continuavo a chiamarla: Maria.

Le piace la musica, di questo sono sicuro. Non ha un genere preferito. Ascolta tutto, ma solo quando facciamo l’amore, e in base al tipo di canzone che arriva, così lei cambia posizione, cambia ruolo, come faccio io con i miei patetici banchetti, e giuro che ancora non abbiamo fatto tutte le possibili acrobazie. Solo Maria può spogliarsi tra le rovine di un castello, su un veliero in fiamme, nello spazio ristretto di un’astronave, ed essere fredda con la pelle d’acciaio, arsa dal sole del mezzogiorno, sporca di neve e amara di polvere.

C’è un’altra cosa che posso dire per certo di Maria. Non ama la poesia. Tranne che un componimento di John Keats, di cui sa a memoria solo il primo verso e lo porta tatuato sul polso sinistro: «Ever let the Fancy roam

Per un periodo ho creduto che Fancy fosse la sua amante, che mi stesse tradendo. Lei mi ha chiamato cretino e mi ha invitato a seguire un corso d’inglese. Allora ho capito che quella poesia romantica parla di lei, che lei si sente tutta dentro quella frase.

«Maria… Adesso ho capito perché ti ho scelto questo nome.»

«Perché pure tua mamma si chiama così?»

«Forse, ma sono ancora più banale. Fa rima con fantasia. Such a beautiful word! Come vedi, l’ho fatto il corso. E vorrei che tu mi lasciassi qui, ora, in questo momento. Vattene, Maria. Non lo vedi come faccio? Io mi vergogno di te e solo tu mi resti. Un giorno ai nostri figli lo diremo, come ci siamo conosciuti.»

– Silvia Tortiglione


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Una replica a “Racconti (s)perduti: Maria”

  1. Avatar Viviana Criscuolo
    Viviana Criscuolo

    molto interessante

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