La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

#Scrittosullacqua: poesie di Valeria Vavalà

Oggi inauguriamo la rubrica #scrittosullacqua, uno spazio di Tuipack dedicato alla giovane poesia. Dico “giovane” per distinguerla da quella contemporaneità che non manca mai di dimostrarci quanto ami essere demodé. Una poesia giovane, che si scateni fuori dai margini, che si sporchi con la routine e la viva, senza la necessità di imbastardire il suo incanto con la ragionevolezza del dolore. Una poesia, in altre parole, che sprofondi nella sincerità, così come nella fantasia, e abbia l’umiltà di vivere quel poco che resta, come scritta su un fiumiciattolo – e suppongo abbia lasciato di stucco l’originalità della citazione.

Qui su Tuipack ho avuto modo di ospitare i versi di Francesco Russo e le prime bozze della sua raccolta «Livore», lo stesso Francesco che non ha potuto godere di questo ordinamento in rubriche, dal momento che sì, l’ho pensato in un momento successivo della pubblicazione.

Questa volta, il timone passa a una signora di Shalott che attraversa il fiume dei nostri legami.

Valeria Vavalà arriva dalla scena del poetry slam ravennate. Quando la paragono alla Lady of Shalott di Tennyson, mi riferisco soprattutto al suo stare tra due rive: da un lato quella dell’immediatezza, della necessità biologica di comunicare, la riva della parola nuda; dall’altro, la sponda del terrore che diventa mutismo, che si arruffa in geometrie di significato, la zona selvatica del nostro desiderio. Ed è questo uno dei motivi che mi ha spinto a fare di Valeria la prima #scrittasullacqua. In un periodo in cui la poesia sembra essere tornata al suo isolamento ancestrale, le sue rime sparse spogliano lo statuto poetico della sua presunta verità conoscitiva e ripuliscono il verso dal feticismo del dubbio, il quale sfocia, troppo spesso, in spettacoli di tenerissimo autoerotismo.

Le poesie di Valeria sono un gioco serissimo, un programma di sperimentazioni linguistiche che si fonde alle incrinature lacaniane. Ho scritto di Lacan anche io, senza dubbio. Nella mia tesi di laurea magistrale. Quando parlavo di Sade. Troppo facile così. Valeria ci restituisce l’abisso così come non lo vogliamo vedere e il sentimento di oscura passione crolla nella limpidezza di poche parole, ma usate con il garbo dei bambini. Quando sono sul punto di inciampare nell’arcano della distanza, e si incaponiscono nel voler capire se quello che sentono, dopo la caduta, sia sangue o piacere.

Godiamoci qualche estratto. Ma consiglio, in ogni caso, di dare uno sguardo al suo percorso poetico: qui.

– Silvia Tortiglione


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