La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

C’era una volta… la voglia di comunicare.

Perché farlo, e la sottile differenza che passa tra la sicurezza di conservare se stessi e la voglia di comunicare. C’era una poesia di Pasolini, che recitava, e ci provo a memoria, più o meno così: toglimi tutto, fuorché la capacità di farmi capire; e io so per certo che di tutto questo, fino a qualche anno fa, avrei riso strenuamente. In verità, mi rendo conto che non c’è mai stato altro motivo, dietro le mie parole, dietro gli scopi che avevo prefissato ai miei racconti, che venire compresi, e dalla maggior parte della gente. Adesso quel vivere nella torre, quella decadenza sentimentale, mi spaventa peggio della morte; ma ti immagini, star seduti su questo trono di fortuna a sentire rimbalzare contro le pareti l’eco della propria supponenza. D’altra parte, per quanto limpido possa sembrare, cercare la comunicazione, il legame, il contatto con il lettore, con chiunque è una tortura e potrei direi che questa voglia di comprensione sia di fatto innaturale in tutti gli uomini. La vanità è il rifugio più comodo che abbiamo; e non possiamo farci niente, se prima ancora di essere uomini e donne, analfabeti e laureati, scrittori o lettori, siamo una cosa abbozzata, uno schizzo fluido tra la nostra identità, di cui andiamo gelosissimi, e il bisogno di diventare parte delle eredità altrui; un ricordo, un nome, una caratteristica. Esistono, mai come oggi, più encomi della solitudine che della socialità. Suppongo sia perché il focus si è spostato: da una lotta interna, quasi spirituale, è diventata una battaglia, di quelle anche belle, così come si riflettono nell’immaginazione dei bambini, con queste voci individuali che scoccano nel giro di cinque secondi alla volta. Io davvero non ho idea di quale sia la verità, né di quale possa essere il ruolo di uno scrittore adesso, proprio qui e ora. Se da un lato siamo costretti a vivere in una realtà sempre più personale e personalizzata, dall’altro è innegabile che tutto ruoti intorno alle più basilari regole della narrazione, presso le quali il pubblico corre ad abbeverarsi, altrimenti morirà. Senza una storia, sarà spiazzato. Senza un personaggio, perderà la consapevolezza di se stesso. Questo mi fa molto piacere, senza dubbio. È la migliore distopia che potessi immaginare. Tutto il mondo, le nostre guerre, le guerre degli altri, le scuole, il progresso, l’AI, tutto poggia essenzialmente su una serie di: “C’era una volta…” ben costruiti.

La verità è che vorrei fare il bardo, in una locanda. Ma non ho né la locanda, né il liuto. Il cappellino piumato, quello forse sì.

– Silvia Tortiglione


Scopri di più da tuipack

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.


Posted

in

,

by

Tags:

Comments

Lascia un commento