Molti, come Natalia Ginzburg, hanno ampiamente definito i motivi per cui l’estate sia una stagione detestabile. In verità, le posizioni di questi detrattori della stagione d’oro sono inconfutabili, se non fosse per quel sentimento di sciupata, ma allo stesso tempo, rigogliosa giovinezza, che è possibile ritrovare solo attraverso il deserto di giugno, di luglio e di agosto. Questa particolare forma di malinconia genera un nuovo modello di lettura. In altre parole, si innesta nell’atto di leggere, ne cambia la percezione, si annoda come la vite all’asticella, e in questo modo alcuni libri, che io reputo estivi nel senso fiero e ambiguo del termine, raggiungono, agli occhi dei lettori, la loro forma primordiale. Si apprezzano come fossero appena usciti dalla fucina carnale dell’autore, si mostrano senza vergogna nella forma di vita, di alterazione della vita.
Per questi motivi, mi è impossibile parlare di «Il treno dei bambini», «Oliva Denaro» e «Grande Meraviglia» senza prendere in considerazione le condizioni in cui ho letto questi volumi. Condizioni meteorologiche, per davvero. Si è trattato di un esperimento personale, una forma di lettura organica che suppongo di aver inconsciamente trafugato alla routine di qualche grande maestro russo.
Partiamo da «Il treno dei bambini», che potrebbe idealmente inserirsi nella prima parte dell’estate, in un giugno da fine di scuola, di lavoro a singhiozzo, di prenotazioni impreviste e di risveglio. Con una vicenda che ruota intorno all’espatrio regionale dei minori meridionali, affidati a famiglie del Nord da parenti che sperano per loro un futuro migliore, il romanzo capovolge i dettami della cronaca storica post-bellica e della narrativa pura. Quello che dovrebbe essere l’esilio della salvezza per il piccolo Amerigo Speranza (nome omen) si trasforma nella cronologia di un’avventura. E se sono certa che questo aspetto, il savoir-faire favolistico, si già stato sviscerato da critici assai migliori di me, mi permetto di aggiungere solo che Amerigo più che raccontare il suo peregrinare, lo canta con la dolcezza di una litania da pausa di metà percorso. Dal rombo dei binari al sibilo del violino, dal conteggio della sciatteria e della miseria ai nuovi volti, il teatro, la Pignasecca, il passato, il presente. In questi segmenti, nel modo di riunire questi segmenti senza che si tocchino, come l’acciaio in una galleria, si specifica una prosa che ha capito il valore della narrazione.
“Nel vicolo mio è sempre mezzogiorno, anche la notte: la vita non smette mai, pure se c’è stata la guerra.”
In effetti, in questa mia lettura di giugno, complice forse il bel tempo, ho sempre immaginato Amerigo con il sole alle spalle o di fronte, a seconda degli accadimenti della vita. Anche davanti alla lapide della madre, l’intero percorso di Amerigo, e quello che resta a noi lettori, è la preghiera più crudele e spensierata che possiamo avere, al di là delle tragedie della brutalità e del secolo passato. Un personaggio che non chiede amore, non chiede neanche saggezza, ma innocenza, mezzogiorno senza fine. Si tratta, in ogni caso, di un lavoro che ha avuto plausi da ogni parte del mondo, uno dei più tradotti di questi ultimi vent’anni, dunque sviscerarne gli aspetti stilistici, i sintomi dell’ottimo narrare – uno dei narratori zero meglio riusciti che mi sia mai capito di leggere – sarebbe superfluo.
Passando a luglio, invece, abbiamo «Oliva Denaro», omaggio alla vicenda di Franca Viola, che mi auguro i miei lettori conoscano; in caso contrario, possono uscire e tornare con una nuova consapevolezza. Capitato a luglio, come avevo previsto, ha di questo mese intermedio la violenza, il conflitto, la tensione distruttiva, ma anche il colore ambrato, l’apnea sentimentale, il coraggio di essere. A differenza del romanzo precedente, che procede per sintagmi verbali, «Oliva Denaro» risulta un certosino lavoro di montaggio. Sono le scene, e la loro struttura, a ricostruire la fatica e lo sforzo di un percorso di affermazione. Esempio massimo: la sequenza della confettura d’arance, dove parla la sensazione, l’apparato anatomico, il corpo, e il colore risulta parte integrante dell’esperimento di pietà. Aver affrontato questa lettura nel mese centrale dell’estate garantisce, a mio parere, la possibilità di vivere l’eroico mistero della femminilità nella sua forma astrale di terra e incanto, di sangue e comunità, troppo spesso dimenticato. Luglio è il mese che brucia, il tempo della sottomissione e della sopravvivenza, ma solo nelle sue terre bruciate è possibile affermare se stessi, la propria dignità e formazione.
In chiusura, Agosto il vero «cruellest month», che sporca la pagina con ombre della sera, tempesta e pulisce l’esperienza interiore. Credo che «Grande Meraviglia» sia forse il migliore della trilogia, da molti definita Trilogia del Novecento, ma che a questo punto posso prendermi l’onere di rinominare «Trilogia dell’estate»; e come agosto anticipa l’umidità della consapevolezza, così il discorso manicomiale, difficile da approcciare coniugando realismo e poesia, assume la delicatezza della fragilità e dell’eroismo più intimo. Il rapporto tra Elba e il dottor Meraviglia si gioca su questi passaggi e sfumature, l’estate dell’immaginazione che si affanna nel tentativo di proteggere la sua parte migliore, e l’autunno del sapere, dell’agire prima che sia troppo tardi, che arrivi il gelo. Elba è un occhio creativo, escapista, che – come Amerigo prima di lei, ma con meno entusiasmo e disillusione – scompone la realtà in un gioco di blocchi, dove sempre vivo è il sentimento. Questa parola, fin troppo abusata nei circoli intellettuali, e che dovrebbe tornale alla sua naturalezza estiva, è forse il motivo principale che mi ha spinto a inserire, nella mia personale suddivisione, questo romanzo nell’ultimo, vero mese della stagione. Sentimento di purezza, sentimento di amoroso, sentimento di orrore, che diventa dizionario dell’infanzia, tra malinconie che sono sinonimo di sprofonderia e mica-matti che si affollano intorno alla più sottovalutata delle leggi, quella sulla chiusura dei manicomi, la ancora oggi bistrattata 180 di Franco Basaglia. Ed è questo credo che distingue «Grande Meraviglia» da un alto caposaldo del doppio genere memoriale e salute psichiatrica «Diario di una schizofrenica» di Marguerite Sechehaye. Anche la Sechehaye aveva dato al suo lavoro l’impronta abbacinante della fiaba, ma nel suo caso, la realtà entra con estrema vividezza, e il sogno si perde, il sogno estivo, che rimane incollato come sabbia alle screpolature del cuore.
– Silvia Tortiglione (sì, a volte anche Roman Dalloway)


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