Dovrei iniziare questo pezzo con dati alla mano, tabelle e statistiche che diano credito alle mie considerazioni. Non lo farò, non ho intenzione neppure di cercare. Mi basta quello che vedo quando mi rintano nella pace dei miei amici, quando tutti ci rintaniamo in quelle brevi pause che somigliano al ritrovo dei sopravvissuti. Ormai sedere a un bar ha lo stesso sapore di polvere e calce che stare in un angolo di trincea, sotto le impalcature di legno, mentre intorno a noi esplodono la guerra e la fine del mondo. Io ho conosciuto le vecchie generazioni, quelle che la guerra l’hanno fatta per davvero, ma credo che il nostro male abbia bisogno di nuove forme di rispetto perché, se è vero che i nostri antenati hanno sofferto la fame vera, la vera miseria, è anche vero che su di noi agisce il tumulto di una guerra dotata di una crudeltà assai più sinistra. Sono immateriali e inarrestabili le forze che ci mietono a gruppi, e nessuno verrà a salvarci. Perché il nostro nemico, il nemico di questa generazione mediana, è il progresso, la vita, la realtà. Per salvare noi, dovrebbero finire tutti quanti.
Ogni caso è a sé, ma io vedo dei tratti comuni in tutti quelli della mia annata. La mia generazione è stata educata al sogno e alla grandezza dei sentimenti, senza censura e senza pedagogia. Potremmo quasi dire che gli zillennials (supponendo che io abbia capito questa distinzione) hanno avuto il potere e l’onere della libertà. Ci si curava molto meno di noi, i nostri genitori, le nostre scuole, il mondo intero ci reputavano così squisitamente superflui da lasciarci sguazzare nella sperimentazione di noi stessi e dell’intero universo; ma questa enorme libertà ci ha portato quasi tutti a costruire durante l’adolescenza delle false identità, in cui credevamo disperatamente. Sono quei «io sarò», «io farò», «io avrò» che non badavano alla fattibilità delle ambizioni; frasi pronunciate da chi non aveva neppure conoscenza degli strumenti indispensabili per riuscire. Siamo forse la generazione che si è sentita più onnipotente, forse anche più dei nostri genitori che hanno goduto di privilegi a noi negati. Ci sentivamo delle divinità non per presunzione, ma perché eravamo così ammaestrati all’immaginazione che di fatto rimane l’unica cosa che abbiamo, da dare per scontati i nostri successi. Siamo forse la generazione che si approcciata in maniera meno selvaggia al mondo delle droghe e delle vie di fuga. Chi di noi è caduto in tentazione, e ne ho conosciuti parecchi, in scarsa parte lo ha fatto per divertirsi. Siamo tutti parte di quella generazione che ondeggia con la bava alla bocca davanti alle zone confortevoli della nostra infanzia, in un sistema che vive di rendita sulla nostra overdose di nostalgia e sul nostro dolore, il bisogno di tenerezza, che credo sia il nostro intimo tratto più comune.
A conti fatti, e forse qui statistiche si potrebbero avanzare anche senza fare ricerca, nessuno di noi ha una casa, una proprietà, un cantuccio che sia nostro, solo nostro. Nessuno di noi ha un lavoro che gli permetta di vivere in pace. Chi lo possiede, in larga parte ne farebbe a meno. Potrei scommettere che questa forsennata ricerca dello stipendio la maggioranza non la farebbe, se non per mettere a tacere il giudizio del prossimo. La famiglia: noi siamo il migliore fallimento borghese. È proprio la nostra identità, l’anticristo del self-made man, a scoperchiare le falsità degli antichi valori. Nessuno ci ha mai voluto bene, se non i nostri pari. Potrei scommettere che, su dieci persone della mia generazione, almeno sette avranno fatto questo pensiero, forse con parole diverse e anche migliori delle mie. Sarà un caso che mentre alla gen z si rimprovera di essere troppo spregiudicata nella sessualità, noi siamo quelli che di nascosto, nell’ombra, come ladri, consumiamo amori che ci disperdono, quasi volessimo gridare al mondo: questa fragilità non serve a nulla, allora divoratela.
Su questo forse i nostri detrattori, che purtroppo non sono solo mamma e papà, hanno ragione. Siamo i più deboli dell’umanità, quelli che hanno assaggiato le comodità per poi vedersele soffiare via di punto in bianco. Nessuno ci ha avvisato, colpa nostra, dovevamo essere svegli, previdenti, combattivi. Perché questo mondo è crudele e noi ci rifiutavamo di crederlo. Ma peccato ancora più mortale, che forse ci renderà gli unici martiri del nuovo millennio, noi non siamo stati in grado di rispondere al male con altro male. L’abbiamo fatta, sicuramente, nel privato, qualche cattiveria, qualche malignità, ma nel gioco più ampio della vita, la maggior parte di noi è caduta nella competizione. Ha chiesto un altro po’ di tempo per pensare al futuro, per studiare meglio, per cambiare lavoro e questa richiesta, al giorno d’oggi, significa porgere l’altra guancia. Ci siamo fatti picchiare e non abbiamo risposto.
Nessuno di noi ha il diritto di progettare il proprio futuro, fare figli, non farli, cambiare lavoro, scappare, rimanere, la città, la provincia, gli amici, il dolore: si potrebbe andare avanti in questo modo senza una pausa. L’ansia, uno stato superiore di angoscia, mitraglia le nostre coscienze e allora vedi perché non ci viene da chiedere nient’altro che una tregua, un armistizio, un attimo per stare fermi; attimo che molti di noi useranno per guardare al passato. Non siamo abbastanza giovani da abbracciare il futuro, ma non siamo neppure abbastanza vecchi per trasformare in saggezza le nostre esperienze. I nostri sogni, i nostri sentimenti e la nostra libertà sono stati costretti a marcire, con l’unica consolazione offerta dalla finzione, dalle finzioni della nostra infanzia in particolare.
Ho visto persone incredibili sotto ogni punto di vista. Persone dotate di un finissimo spirito critico, di grande creatività, di devozione alla conoscenza, di sublime animo compassionevole finire riposti in augusti magazzini, a gracchiare dietro la cornetta di un call-center, a sfiancare le proprie doti sotto il peso di lavori massacranti e pagati una miseria. Ma questa non è una storia nuova, di questo ne parlano i giornali che danno ai nostri genitori la consolazione di sapere che il proprio figlio o la propria figlia non è poi questa apoteosi della nullità, «sono i tempi, signora mia, tempi difficili!»
All’atto pratico nessuno ci ascolta, nessuno ha il garbo di rimanere in silenzio davanti alla nostra vita che si sta lentamente trasformando in un’elaborazione del lutto senza fine, che investe tanto i nostri vecchi giocattoli che la nostra identità, piegata alle leggi di mercato, che nessuno ha spiegato a noi che subivamo passivamente l’insegnamento di fare quello che ci dava calore.
E sarà forse un caso che la nostra generazione risuona insieme a quanto è più grande e lontano? La generazione di Hans Zimmer, del tripudio del fantasy, dell’animazione, una generazione che ha fatto dell’intrattenimento una cura e una maledizione. Alla fine, i nostri modelli sono quelli che non esistono, su questa fantasia basiamo la nostra povera morale.
Forse la morte sarà l’unico errore che riusciremo ad affrontare a testa alta.
–Silvia Tortiglione


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