La libertà di essere Nessuno, di dire bene e pace di tutti, e male di qualsiasi cosa. Aperto a chiunque, su qualsiasi riflessione. Insomma, il vuoto di un giullare.

In un mondo di Daenerys Targaryen, noi siamo Sansa Stark

Poiché è prossima l’uscita della seconda stagione di “House of The Dragon”, di cui, in tutta sincerità, io avrei fatto volentieri a meno, ecco che mi tornano in mente alcune riflessioni post-lettura di “A Song of Ice and Fire”.

Già ai tempi del boom “Game of Thrones”, il web pullulava di edit, di cosplayers, di approfondimenti intorno a Nostra Signora Daenerys Targaryen. Credo tutti ricordino l’esplosione di neonate battezzate «Khaleesi» e ancora oggi scontiamo la pena di una letteratura fantasy invasa da grossi rettili volatili e female friendly.

Tutto condivisibile, tutto bello. Il personaggio di Daenerys ha una storyline intrigante, soprattutto nella serie di romanzi, seppure con enormi difficoltà strutturali che si evincono, io credo, nella lunga notte delle attese protratta da G. R. R. Martin. Gusto personale, si tratta di un personaggio che io non ho mai particolarmente apprezzato, vuoi per la deriva evangelica, e dunque scontata all’interno di una trama dalla potente carica epica, vuoi per il totale surrealismo delle sue reazioni sensibili, del tutto fuori contesto, se pensiamo all’età della principessa Targaryena all’interno del ciclo di ASOIAF; ma si tratta di un difetto comune alla quasi totalità dei personaggi.

Eccetto uno. Quello che io ho sempre reputato il migliore, soprattutto se riflettiamo sul fatto che è stato vergato da un autore spesso – e ingiustamente – tacciato di maschilismo, o quantomeno di essere orribilmente anni 80 nella resa della sessualità e del femmineo.

Parliamoci con chiarezza, Sansa Stark non ha un character design vendibile con facilità. Niente draghi, niente bestie mitologiche, nessuna cadenza profetica. Le spetta anche l’ingrato compito di rompere lo stereotipo, quello del sognatore, e per paradosso, del lettore di fantasy. Non è (ancora) l’ultima della sua stirpe, e pure nella genealogia familiare, risulta essere il punto più debole, quello manchevole di cliché. Le avventure, le gilde, la gloria, l’onore, la spada, persino lo spirito della vendetta, tutto questo intesse le sorti degli altri membri della sua famiglia – una delle più amate dai fan della saga, e che ci dimostra ancora una volta la potenza dell’effetto Malavoglia.

In ogni caso, e poiché questo blog è nato con l’intento di essere libero e privo di arzigogolate motivazioni, voglio aggiungere alcune quisquiglie. Stiamo parlando del personaggio che più di tutti parla di mestruazioni, con il più che legittimo, e spesso dimenticato, realismo del caso. Lo stesso personaggio, forse l’unico, a fallire con ingenuità, a essere il punto di vista privilegiato per il lettore, che vedendo un sé tanto simile, a buon ragione, tende a provarne ribrezzo.

Non possiamo mentire. Daenerys non apporta nessuna innovazione al genere fantasy, né alle sue ramificazioni più oscure e realistiche, nel senso letterario del termine. Così come l’intera dinastia Targaryen, che protrae colpi di scena alla Wars of The Roses, tanto cara a Martin, misti a un’epicità hollywoodiana a buon prezzo.

Il caso di Sansa Stark è assai diverso e sottovalutato. Prendendo in considerazione unicamente i romanzi, e non la serie TV, abbiamo davanti, nei cinque tomi, una storyline di riflessioni più che azione, e in linea di massima, un punto di vista teso alla passività indotta. Fin qui, nulla di nuovo. La ragazzina del nord, principessa dell’inverno, che si ritrova in mezzo all’intrigo della grande corte, che viene vessata da chiunque e non ha armi né modo di districare le menzogne e la brutalità che la circondano. Ma, e qui troviamo un contributo al genere importantissimo, Sansa Stark è consapevole della propria caduta. Sa di essere un relitto della società fantamedievale che la stringe, e ammira il massacro delle sue illusioni, con lo stesso sguardo, smettiamola di nasconderci, che useremmo noi.

They are children, Sansa thought. They are silly little girls, even Elinor. They’ve never seen a battle, they’ve never seen a man die, they know nothing. Their dreams were full of songs and stories, the way hers had been before Joffrey cut her fathers head off. Sansa pitied them. Sansa envied them.

Si tratta sicuramente anche del personaggio con il dettato migliore offerto da Martin, il più semplice e incisivo, privo di rimaneggiamenti shakespeariani, alla lunga stucchevoli e boriosi – altra indomita caratteristica della nostra Madre dei Draghi e dei suoi antenati. Lo ripeterò fino allo sfinimento: di Sansa Stark sono state date ottime letture, anche migliori di questa mia breve disanima, che la inquadrano come vero prototipo femminista all’interno della saga, come il più alto momento di maestria dell’autore; ma in pochi, forse nessuno, ha mai sottolineato che Sansa è il lettore, prima di tutto il lettore, di “A Song Of Ice and Fire”, del fantasy in generale, della letteratura nella sua interezza. Ma un lettore che si trova in una biblioteca in fiamme, dove non è rimasto altro che il fantasma della grazia e dell’escapismo, e ormai non rimane che affrontare la realtà. Un momento di crescita privo di crismi idillici, del tutto condivisibile, io credo, dall’intera popolazione mondiale. Entrano l’invidia, la menzogna, il sopravvivere a tutti i costi. Forse è questa, io temo, l’avventura più crudele per l’uomo, la donna e l’artista: vivere perché bisogna vivere.

Che poi io vorrei sposare Sophie Turner è un altro discorso.

– Silvia Tortiglione


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