Se Antigone agisce in nome della giustizia, Argia agisce in nome di se stessa. Antigone è morta sin da subito, parla con parole che sembrano dettate da Dio – “Nondimeno l’altro mondo richiede leggi uguali” [trad. di S. Weil], risponde a Creonte che ragionevolmente sostiene di voler dare un trattamento diverso all’empio e al giusto – e si comporta sempre coerentemente. In Argia solo l’amore individuale per Polinice garantisce il rispetto delle leggi di Dio – “Dimmi, per favore, dove giace quel ladrone nefando? Se potrò avvicinarmi al suo corpo, vincerò la crudeltà degli avvoltoi, non permetterò alle belve di togliermelo: o forse quel maledetto ha anche un rogo?” [trad. di G. Faranda Villa] dice sul corpo morto di Polinice riferendosi a Eteocle; e farebbe ciò che ha detto, se in quel momento non incontrasse proprio Antigone.
Stazio, riscrivendo la tragedia sofoclea [come sostiene K. Pollmann], o forse scrivendo una nuova storia contestualmente informata da quella tragedia, crea una variante del mito [come potrebbe ritenersi, in forza di una questione sull’identità dello scrittore Igino, che qui non tratto] e crea un personaggio in cui dizione e azione si fondono su un unico piano linguistico-fattivo. Argia, per di più, è un personaggio consapevole di ogni momento narrativo che le è riguardato precedentemente ovvero Stazio è uno scrittore moderno, in cui l’episodismo barocco è indizio, più che del limite di leggibilità dell’opera, della volontà di annichilire il poema stesso sotto il peso dell’ars e della doctrina del poeta di bronzo, due volte infelice perché piccolo in confronto ai Greci e poi a Virgilio e Ovidio: solo l’ingenium vi pone momentanei rimedi.
La problematicità del genere e della sua contestualità sociale sono, nel caso di Argia, testualmente esplicite: donna di non femineae virtutis (12. 177), chiede al padre la guerra non perché spinta da suo marito ma perché in prima persona la desidera (non ille iubet sed pervigil angor: 3. 690) e nell’ultimo libro della Tebaide spadroneggia completamente (per più del 40% dei versi), fornendo a chi legge e interpreta la liceità di giudicare questo personaggio come fondamentale per sciogliere molti dei problemi superiori dell’opera, su cui l’autore sostiene di aver passato dodici anni della sua vita.
Argia perde, è questo il motivo per cui secondo me non v’è nessuna riscrittura dell’Antigone. È ovvio che io qui stia cercando il pelo nell’uovo, cioè che si possa tranquillamente parlare in un certo senso di riscrittura, ma lo faccio perché la critica sul personaggio si è sempre comportata nello stesso modo nei rapporti tra le due, sempre cioè sottolineando le analogie e poco le differenze, che ci danno ciò che di più caro possono dare le opere antiche, vale a dire una posizione rispetto al mondo. Credo questo avvenga perché si è sempre felici di vedere una nuova Antigone in giro; anche Chiara Valerio, quando Elena, la sorella di Giulia Cecchettin, ha iniziato a parlare, ha urlato “Ecco Antigone!” – molto a sproposito peraltro (dove la religione umana prende il posto di quella divina non può esservi Antigone).
La nostra femmina virile il controllo, invece, lo perde e lo riacquista continuamente. Mentre Antigone, nel prologo di Sofocle, anela a una bella morte, cioè a una morte che espleta un dovere superiore, Argia mette se stessa al primo posto. Il dovere religioso, cioè, è secondario rispetto all’amore di Argia per Polinice, verso il cui corpo, cioè verso la morte, avanza per se stessa: per amarlo ancora. Il rogo viene fatto, dopo aver incontrato proprio Antigone, a cui dà profondo rispetto, ma la morte non arriva, venendo così privata della massima gloria dell’eroe.
Ebbene, in un mondo in cui Dio è [‘dio], vale a dire un corso di noiosa glottologia che getta nella realtà il mondo funereo delle università, il femminismo antigoneo è soltanto un altro braccio del maschilismo, dell’invidia della donna per la condizione maschile. Argia, invece, una anti-Antigone ignorata dai cadaveri accademici e dai chissà mai perché pagati diffusori e produttori culturali, sta immobile nel suo personale poema di rivalsa, camminando più veloce del soldato Menete, soggiogando la retorica della paura del pauroso Ornito, capace della crudeltà di un uccello rapace a mangiare il cadavere di un nemico.
– Marcellino


Lascia un commento