L’ultima innovazione che si augura invano migliorie nella scuola riguarda l’istituzione di una nuova figura: il docente tutor, che pare debba accollarsi dai trenta ai cinquanta studenti del triennio (ho scritto proprio triennio!) delle scuole superiori (ho scritto proprio superiori!) perché possa aiutarli a personalizzare il proprio percorso educativo.
Cosa c’è di interessante in questa figura è la marchetta morale postagli sopra, per cui egli opererebbe nella direzione degli studenti, tutti felicemente diversi tra loro; cosa c’è di idiota in questa figura è la stessa marchetta morale, perché un docente non può concretamente occuparsi di un numero di studenti così grande in ottica individuale, interferendo peraltro, e possiamo immaginare già il piglio da salvator mundi, col lavoro altrui.
Sorvoliamo, però, su questa nuova figura che, nei fatti, si sorvolerà da sé – pace a tutti quei docenti che con maggiore o minore senno hanno accettato di cominciare la formazione. Sfruttiamo, invece, il contesto per ragionare sui desideri non tanto repressi che si celano dietro la catena di trasformazioni degli ultimi anni, indipendentemente dalle bandiere di partito a cui risalgono, che nella scuola sono tutte di colore grigio.
Accanto all’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, mutata e integrata nel P.C.T.O., nella realtà dei contesti scolastici il cambiamento maggiormente percepito è stato quello orientato proprio sulla personalizzazione dei percorsi didattici – non esclusivamente per allievi con disturbi specifici dell’apprendimento o con disabilità certificate ma anche per tutti quegli studenti non tutelati dalla legge – e sulla robotica assunzione delle competenze trasversali, legate con lo sputo all’una e all’altra cosa.
Sull’alternanza scuola-lavoro non voglio dilungarmi perché chiaramente il desiderio di avvicinare gli studenti al mondo del lavoro non è altro che il desiderio di avere una massa di adolescenti da far lavorare gratuitamente per destinarli successivamente al lavoro precario. E, sempre chiaramente, è un istituto che andrebbe abolito in tronco, senza scomodare troppi -ismi politici e con il solo ricorso a un pertinace buon senso.
Per quanto riguarda il secondo cambiamento, il linguaggio pare ineccepibile: chi è in difficoltà va aiutato; più importanti delle conoscenze sono la capacità di comunicare, di essere empatici, di lavorare in gruppo ecc. Come insegnano le tante esperienze di illusione di massa, però, è proprio attraverso il linguaggio che si forgia la manipolazione e, con la scusante dell’adeguamento dell’Italia alle realtà europee, gli ultimi vent’anni di politiche scolastiche, invece di rinnovare un sistema, lo hanno reso socialmente invivibile.
Non dimentichiamo, infatti, che la macrostruttura ideale della scuola italiana è vecchissima o gentiliana, fatto per cui qualsiasi riforma di personalizzazione, rispetto agli obiettivi didattici, che vengono mantenuti, è mera burocrazia; e le competenze trasversali, trascendendo l’insegnamento ed essendo dunque impossibili da insegnare direttamente, a meno che non le si voglia ridurre a mera azione comportamentale preistituita rispetto a situazioni tipo [empatia: X soffre -> Y lo abbraccia], si trovano in una dimensione di invalutabilità.
Non vale impugnare con ovvietà la teoria gardneriana delle intelligenze multiple, che vuole l’apprendimento umano come mutante continuamente le rappresentazioni mentali, perché la molteplicità di intelligenze è già ampiamente abbracciata nei gradi inferiori delle istruzioni, con un inevitabile accentramento verso quelle logico-matematiche e linguistiche. Nel passaggio dalle scuole medie (sì, le medie!) alle superiori, studenti e famiglie hanno ormai scelto un percorso in cui alcune di queste intelligenze sono centrali rispetto ad altre – non dimentichiamo che esistono già scuole a indirizzo artistico, musicale, coreutico e via dicendo.
Il desiderio represso sotto questo secondo cambiamento, che ha reso l’istruzione impossibile de iure e vanesia de facto, ha come per il precedente una radice economica: gli studenti costano, soprattutto quelli tutelati dalla legge 170 e dalla legge 104, e c’è bisogno che escano da scuola quanto prima possibile, quando invece parrebbe ovvio mettere dalla loro parte innanzitutto il tempo, senza scomodare sociopsicologie dell’ovvietà. Questa risposta, però, non esaurisce la problematica, a meno che non si voglia incappare negli -ismi di cui ho scritto sopra, in primis complottismi anti-sistema, e deve essere affiancata a una plausibilità: i governi si affidano continuamente alla fortuna. Si riforma cioè a caso, nella speranza che prima o poi gli istituti nazionali di valutazione rilevino miglioramenti che non ci saranno mai – difficile spiegare altrimenti perché il sistema di istruzione italiano sia puntellato da una serie di obiettivi tra loro inconciliabili.
Quello che più di tutto è venuto a mancare ai politici, agli insegnanti, ai sindacati e agli studenti è la posizione della domanda “cos’è la scuola?”. Vale la pena interrogarsi ancora, non per pigli definitori ma per trovare un orientamento, per non lasciare che la risposta sia fornita da specialisti di settore, e tra questi vanno messi, non se la prendano!: se la prenderanno, i pedagoghi, che ostinatamente, chiusi nella loro materia di studio, nobilissima ma non esauriente, vogliono che la scuola si caratterizzi come comunità educante. Se è vero che la parola educazione ha una radice etimologica di indubbia moralità, nelle scuole essa finisce e non può che finire per essere sempre degradata a una ontologia comportamentale, ciò che più di tutto è contrario alla libertà. Se non si vuole però essere nostalgici verso un sistema che non tiene conto di una serie di problemi, aumento di diagnosi di disturbi dell’apprendimento, generale aumento di patologie tra i giovani (come i disturbi alimentari), multietnicità delle classi intesa come aumento di studenti con svantaggi linguistici ecc., allora bisogna cercare di capire quali sono i passi indietro che pretendiamo che vengano fatti nella scuola e quali sono, invece, i passi in avanti, i necessari svecchiamenti del sistema gentiliano. E ogni possibilità andrebbe discussa con un dialogo che sia qualcosa di più profondo di uno sfogo tra i corridoi.
– Marcellino


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